Champoluc

Attraverso i monti

La Val d’Ayas insieme con le contigue valli del Lys, del Sesia e le valli biellesi a oriente e la Valtournenche ad occidente sono terre di transiti antichi, sono regioni di confronto tra diverse culture, un insieme di valli in cui naturalmente erano molto importanti le vie di comunicazione longitudinali lungo i corsi vallivi che, dal crinale principale della catena alpina, scendono verso sud ma erano altresì rilevanti i percorsi trasversali che portavano da valle in valle attraverso numerosi colli laterali [1].

Si rileva infatti, da diverse fonti storiche, la presenza, almeno sino alla prima parte del XX secolo, nella concezione del proprio spazio da parte di coloro che abitavano tali territori di questa componente trasversale, intra-alpina, che coesisteva accanto e a pari dignità con quella transalpina e con quella che si identifica con la direzione nord-sud del corso vallivo.

Lo storico delle Alpi W. A. B. Coolidge afferma che: “è del tutto errato immaginare che una catena montuosa separi, sempre, in modo quasi assoluto gli abitanti che vivono su un versante da quelli che vivono sul versante opposto (sia che si tratti dello spartiacque principale delle Alpi o un suo crinale secondario). Questa immagine può sembrare realistica per i viaggiatori che arrivano dalle pianure e che vanno di fretta. La storia ci insegna, piuttosto, che i valichi avvicinano le regioni situate sui loro versanti opposti a tal punto che, spesso, queste regioni sono legate tra di loro da vincoli molto più stretti di quelli che hanno con altre aree con le quali potrebbero sembrare, di fatto, più strettamente integrate grazie a una maggiore facilità di comunicazione” [2]

Qualche decennio prima, nel 1869, analoghe considerazioni erano state espresse con passione dal valdostano Amè Gorret nel famoso “Discour de Varallo”: “La nombreuse et imposante réunion au milieu de laquelle j’ai l’hnneur de parler me dit assez que ces remparts ne nous séparent plus, ce sont précisément ces montagnes, ce sont ces cols, ce sont ces obstacles qui nous réunissent ici.” [3]

Nella sua classificazione dei passi alpini, Coolidge individua nelle Alpi occidentali otto Grandi Valichi storici tra cui il Piccolo e il Gran San Bernardo, descrive poi dal punto di vista storico anche il Colle del San Teodulo. Per le valli di cui ci stiamo interessando questi tre valichi rappresentano la principale struttura di livello transalpino e molti dei colli laterali presenti in questo territorio, pur rimanendo su una dimensione trasversale, si pongono anche in relazione “funzionale” al collegamento con i passi transalpini. Primo tra tutti il percorso che valica in sequenza il Colle Valdobbia, il Colle Ranzola e il Col de Joux in direzione dei due valichi del San Bernardo o viceversa, o il percorso che risale il Col d’Olen, il Colle della Bettaforca e il Colle delle Cime Bianche per raggiungere il Passo del San Teodulo. Accanto a questi itinerari esiste una fitta trama di percorsi che rispondevano alle diverse finalità agro-pastorali, commerciali, migratorie, religiose, militari e artistiche di valenza intra-valliva che trovavano nei colli laterali, o minori, la lor struttura portante. Il tutto però era inserito in un ambiente socio-economico chiuso in cui prevaleva l’autoconsumo di prodotti agricoli e l’autoproduzione di utensili e attrezzi.

Tornando nuovamente a Coolidge si legge: “Il Monte è stato creato dalla Natura, ma il Passo è stato creato dall’Uomo. In altre parole, i Monti sono fenomeni naturali, mentre i passi non sono ‘Passi’ se non dopo che l’uomo li abbia valicati, anche se, chiaramente, le depressioni nei crinali possano essere state segnate dalla Natura… E non ci può essere alcun dubbio che i Passi furono valicati prima che le Vette fossero state scalate. Infatti, mentre gli abitanti delle Alpi valicavano i colli per ragioni pratiche, capitava solo di rado, che essi cercassero di risalire le cime dei loro monti in epoche antecedenti la comparsa dei viaggiatori. Il riferimento ad un passo [glaciale] su una carta geografica o l’indicazione di una via che lo percorre richiede che qualcuno l’abbia realmente valicato. All’opposto, assegnare un nome a una vetta, nell’ambito discorsivo o nel riportarlo scritto su una carta, non significa in alcun modo che sia mai stata scalata, giacché i nomi alle vette furono attribuiti osservandole da località poste ben più in basso mentre i nomi ai passi furono conferiti solo dopo averli valicati.” [4]  

Se diamo credito all’autore, come dobbiamo, l’elevata numerosità dei nomi assegnati a brecce, fenditure e depressioni nei crinali che rileviamo nell’area di nostro interesse testimonia quanto numerosi dovessero essere i collegamenti intra-vallivi, di quanto numerosi fossero i colli realmente valicati e valicabili e di quanto fitto di intrecci potesse essere il reticolo viario che da un versante all’altro rendeva scorrevole la circolazione di persone e beni tra le valli contigue.

Dal punto di vista puramente numerico, nell’area considerata, oltre a cinque passi glaciali che valicano il crinale della catena alpina principale, si contano ben quarantasei passi di cui nove tra la val d’Ayas e la Valtournenche e la Valle centrale aostana, tredici tra la Val d’Ayas e la Valle del Lys, tra quest’ultima e la Valsesia e il Biellese rispettivamente nove e dodici oltre a due passi storici tra la Valsesia e la val d’Ossola.

Oltre che dalla mera evidenza geografica, sono numerosi i documenti che negli ultimi tre secoli hanno illustrato e arricchito di informazioni oltreché topografiche i valloni ed i colli che pongono in collegamento la Valle d’Ayas, la Valle del Lys e la Valsesia con le valli contigue: dalle relazioni redatte dai geografi, dagli ufficiali e dai funzionari sabaudi nel XVII e XVIII secolo, agli studi degli scienziati d’oltralpe che esplorarono le Alpi nella seconda metà del XVIII secolo alle note dei viaggiatori inglesi che nel XIX secolo percorsero la Valle d’Aosta, alle numerose guide per i turisti che in più paesi vennero pubblicate.

Ma le fonti scritte di cui disponiamo indicano al massimo le direzioni che seguivano quei flussi ma non ci dicono nulla sulla loro entità e le stesse fonti sono relativamente recenti se collocate su un orizzonte storico di lungo periodo.

Una prima trattazione sistematica dei colli che danno accesso o esito dalla Val d’Ayas ha motivazioni militari. Nei secoli XVII e XVIII il Ducato di Aosta aveva nella linea di Bard uno dei suoi capisaldi per la difesa settentrionale dei territori piemontesi e valdostani. Per un esercito proveniente dalla Francia, aggirare la fortezza scendendo dalla Valle del Lys dopo essere transitati in Val d’Ayas, poteva essere un’opzione a disposizione. Per chi fosse arrivato da oriente, come ad esempio gli Spagnoli nella Guerra per la successione del Monferrato, voleva dire entrare nel Ducato di Aosta attraverso i colli che dalla Valsesia portano nella Valle del Lys e da questa in quella d’Ayas. Nelle relazioni del Romagnan, del Rombò e di altri funzionari sabaudi, abbiamo un elenco dettagliato dei numerosi colli posti tra la Val d’Ayas e la Valle del Lys, della loro transitabilità limitata alle persone o anche alle bestie da soma, dei trinceramenti presenti su ciascuno e di quelli da riedificare, e l’indicazione numerica dei militari che avrebbero dovuto presidiarli. I colli Bettaforca e Ranzola richiedevano presidi maggiori per la loro transitabilità anche da parte delle bestie da soma.

Dopo i militari arrivò la scienza. Prima i geologi e topografi al servizio del Re, quindi fecero la loro comparsa gli scienziati d’oltralpe. De Saussurre, Von Welden e Forbes, nei loro scritti lasceranno traccia del loro passaggio trasversale della Val d’Ayas. Il primo dalla valsesiana Riva valicò il Colle Valdobbia, la Bettaforca, discese a St. Jacques e da lì si diresse al Breuil per le Cime Bianche e quindi superò il Teodulo. Von Welden descrive con dovizie di particolari le numerose vie che collegano l’alta Valtournenche alle contigue valli dell’Evancon e del Lys. James David Forbes, a metà del XIX secolo, da Chamois valicherà il Colle Portola, scenderà in Val d’Ayas, rileverà con interesse la frana di Pracharbon e proseguirà per il Colle Ranzola e poi per il Col d’Olen.

Sulla scia dei primi scienziati, seguirono i viaggiatori e gli alpinisti, dapprima in prevalenza britannici. John Ball scese in Val d’Ayas proveniente da Zermatt attraverso il colle della Porta Nera, il Reverendo King con la moglie Emma, dal Col di Joux risalirà la Val d’Ayas, sosterà a Soussun e valicherà la Bettaforca, successivamente il Reverendo risalirà la Valle di Challant sino a Brusson da dove attraverserà il Colle Ranzola in direzione di Gressoney. Seguiranno numerosi altri tra cui la Signora Cole, Thomas Malkin. La crescente pubblicazione di libri di viaggio e di guide turistiche sia in Inghilterra sia nel continente europeo accrebbe il numero di coloro che scoprirono e percorsero le valli poste a sud del Monte Rosa. I passi laterali videro una nuova tipologia di persone ma col tempo il loro numero andò progressivamente diminuendo e molti passi poi provarono l’oblio da quando per la prima volta era stato dato loro un nome.

La dignità dei colli laterali trova un saldo punto di riferimento nella figura dell’Abbé Gorret che nel 1870, avendo deciso di partecipare alla riunione straordinaria del Club Alpino Italiano a Domodossola, non ebbe dubbi che “le voyage devait se faire à travers monts.”

[1] Nota. Parte di questo lavoro è tratta da: L.Capra, G.Saglio, Attraverso i monti. Colli e collegamenti intra-alpini a sud del Monte Rosa, Valle d’Ayas e Valle di Gressoney, Valsesia e Valli Biellesi occidentali, “Quaderni di Cultura Alpina”, Priuli & Verlucca editori, Ivrea, 2001.

[2] W.A.B. Coolidge, Le Alpi nella natura e nella storia, Zeisciu Centro Studi, Magenta, 2019.

[3] A. Gorret, Autobiographie et ecrits divers, Administration Comunal de Valtournenche, Valtournenche, 1987, p. 113.

[4] W.A.B. Coolidge, ibid.