1.698 metri
Magnéaz Magnéa
Les Fusines Li Fejeune – 1.700 m
Blanchard Biantchart – 1.724 m
Rovinal Rovénal – 1.709 m
Praz-Sec Pra-Sec – 1.700 m
Les Péyoz Li Péyo – 1.725 m
Les Droles Li Drole – 1.757 m
Bernosin Bernozìn – 1.750 m
Uno dei più affascinanti, tranquilli e panoramici villaggi della Val d’Ayas, Magnéaz (Magnéa in patois), il cui nome sembrerebbe derivare dal latino Magnus a sottolinearne l’importanza di un tempo, ha una storia molto antica: è ricordato dalle fonti documentarie come uno dei primi centri abitati e sede della prima chiesa parrocchiale di Ayas. Anche dopo il trasferimento della chiesa parrocchiale ad Antagnod, avvenuta prima del 1176, rimase uno dei centri più importanti della valle.
Era collegato alla bassa Valle d’Aosta dalla mulattiera, ancora oggi in parte esistente, che valica il Col de Joux, su cui transitavano le carovane di muli dirette verso il passo del Montservin (oggi passo di San Teodulo) per raggiungere il Vallese. In questo tratto la via era ed è tuttora chiamata Rue de la Traversa perché percorre trasversalmente, a mezza quota, la sponda destra del bacino di Ayas.
La trama del villaggio è quella tipica dei villaggi della Traversa: le costruzioni si snodano lungo le curve di livello e si susseguono o si addossano le une alle altre ai lati delle stradine di servizio che seguono la linea di massima pendenza e permettono il passaggio tra i piani delle costruzioni.
Mentre al piano terreno degli edifici degli altri villaggi si trovano per lo più le stalle, a Magnéaz molto spesso erano magazzini, forse perché questo era un luogo di sosta per i mercanti che passavano attraverso le valli, percorrendo quella che viene definita da alcuni studiosi la via della Krämerthal.
Il villaggio possedeva due forni, un mulino, una forgia e una latteria turnaria. Nel 1806 ebbe la sua prima moderna struttura scolastica, basata sui principi democratici instaurati con la Rivoluzione Francese: la scuola era amministrata dai capifamiglia del villaggio, che nominavano il maestro, senza alcuna interferenza della parrocchia.
L’insediamento di Magnéaz deve la sua fama anche alla nobile famiglia Quey, una tra le più importanti di Ayas tra il XVI e il XVIII secolo, che disponeva di numerose proprietà in tutta la conca e alcuni tra i più pregevoli edifici che si incontrano a Magnéaz lungo la Rue Capitaine Quey, la via che inizia di fronte alla chiesa e che scende parallela alla Rue de la Traversa. Essa è dedicata all’esponente più rappresentativo della famiglia, Claude Quey, capitano delle milizie del Ducato d’Aosta nel XVII secolo.
Mappa di Magnéaz
Rue Capitaine Quey
Lungo questa strada, dedicata al capitano Claude Quey, si allineano le case più antiche del villaggio di Magnéaz. La strada era infatti un segmento dell’antica via della Krämerthal, la via medioevale che attraverso il col de Joux e il Montservin portava i mercanti e le loro merci da Châtillon al Vallese e viceversa. Lungo la Rue Quey si susseguono antiche e possenti case in pietra, non erano solo dimore, ma anche spazi per riunioni e magazzini, dell’epoca in cui era attiva la via della Krämertal (XIV-XVII secolo), frammiste a rascard, case polifunzionali, ottenute sovrapponendo la Blockhaus walser, propria dei paesi tedeschi (un magazzino per gli attrezzi e/o un granaio-fienile), sopra la casa in pietra a due piani, tipica dei franco-provenzali. In questa sta, sotto, la stalla/residenza invernale, sopra la residenza estiva (il péyo): una ibridazione culturale molto interessante. Imboccando la Rue Quey, partendo dalla cappella, troviamo subito la Majonaza, una dimora a sviluppo verticale, poi a sinistra la Casa dell’Orologiaio e a destra la Casa dei Miscioline; segue uno dei due forni del villaggio, la sala dei Quey, il rascard dei Blanc (du Blanc Fournier). Più avanti, dopo il frassino centenario, sotto cui sorge il rascard dei Cazzette, nella zona detta la Pera (la pietra) troviamo la Casa del Capitano Claudio Quey e la Casa di Martin Quey (poi Casa Vescoz). Infine, all’uscita del villaggio, c’è il piccolo Oratorio di Nôtre-Dame de la Guérison. Tra i molti bei rascard di Magneaz, risaltano per rilevanza storica e architettonica il rascard dei Blanc e il rascard dei Cazzette. Rue Quey continua oltre l’Oratorio, inizialmente asfaltata, tagliando trasversalmente il pendio in direzione di Bisous. La vista sul Monte Zerbion è molto suggestiva, rivaleggiando con la spaziosità del colpo d’occhio sull’ampia conca di Ayas e la curva dolce dei pascoli, declinanti verso l’Evançon. Dopo qualche centinaio di metri, oltre una curva, la strada raggiunge una piccola forra alberata, percorsa da un torrentello. A destra una breve salita riporta sulla strada regionale SR5, mentre a sinistra la strada diviene sterrata e continua tra i prati: ma non è l’antica Strada della Traversa, è solo una strada agricola, di recente realizzazione, che termina dopo poche centinaia di metri. L’antica Strada della Traversa, che costituiva un segmento della via della Krämerthal, si stacca alla destra di questa poco dopo la forra e il suo inizio è segnalato da un cartello indicatore.

Rascard dei Cazzette
Questo doppio rascard, costituito da due rascard in sequenza che condividono la parete che li separa, è uno dei cinque rascard più antichi di Ayas: un perfetto esempio di rascard ayassino tardomedioevale. La datazione dendrocronologica ha assegnato l’abbattimento del legname di cui è composto agli anni 1442-1448. Osservando il doppio rascard da valle si nota come esso si adatti bene al terreno, seguendone le curve di livello. Il corpo a destra appare del tutto integro, mentre quello di sinistra, almeno nel basamento murario, è stato modificato: lo comprova il fatto che la parte lignea poggia direttamente sul basamento, senza pilastrini che distanzino le due parti per consentire la circolazione dell’aria sotto il tchambèral. Esaminiamo insieme il rascard di destra. Il basamento ha un solo piano, come è caratteristico dei rascard più antichi. Racchiude a sinistra la majón, a destra la cantina. Nella majón il focolare è privo di cappa e lo scarico del fumo avveniva attraverso la finestra. Il rascard sovrastante, formato da grossi tronchi solo scortecciati, poggia su quattro travi di base: grossi tronchi divisi a metà. La sommità dei pilastrini si incastra in alloggiamenti ricavati in esse, senza l’interposizione delle lastre circolari in pietra che caratterizzano gli edifici più tardi: il lato inferiore piatto delle travi è sufficiente a impedire l’accesso ai roditori. I pilastrini poggiano a loro volta su un telaio di travi, che ripartiscono il carico sulla muratura. Al primo piano, a fianco dell’éra (aia A) centrale, troviamo un solo tchambèral (T) per lato. L’impalcato dell’éra (A) è formato da tavole, incastrate con cura tra loro, affinché durante la mietitura i chicchi dei cereali non vengano persi nelle fessure tra di esse. Peculiare, rispetto agli altri rascard, è il fatto che queste tavole siano disposte nel senso trasversale all’edificio ed escano in facciata per formare il piano di appoggio all’ingresso del rascard. L’impalcato dei tchambèrai (T) è invece realizzato con tronchetti, disposti parallelamente alla facciata e un poco distanziati tra loro per permettere il passaggio dell’aria. I tronchetti si appoggiano sulle travi di base e sono serrati dal peso dei tronchi sovrastanti che formano la parete, così che le loro teste risultano visibili in facciata. Due piccole tchambrette (G), si affacciano verso valle, a sinistra e a destra dell’èra (A). Anche l’assemblaggio del frontone è diverso da quello degli altri rascard: una spessa tavola passa verticalmente fra i tronchi sovrapposti, collegandoli e garantendone la verticalità. La struttura è ulteriormente rafforzata dall’interposizione tra i tronchi orizzontali di pezzi sagomati a sella, che realizzano un ulteriore vincolo allo scorrimento orizzontale. da C.Remacle, D.Marco, G.Thumiger, Ayas, uomini e architettura, Ed. Livres et Musique, Ayas, 2000, pp. 63-64 e 68-69.

Rascard dei Blanc
Così chiamato dal soprannome dei Du Blanc Fournier, una famiglia che si trasferì in Australia con la grande emigrazione degli anni novanta del XIX secolo. Nei secoli precedenti un Du Blanc Fournier fu castellano giudice del Mandamento del castello di Graines, un ruolo molto importante, che ben spiega l’elevata qualità dell’edificio. Sulla Rue Capitaine Quey si vede la facciata posteriore, molto rovinata, mentre l’intero l’impianto si può apprezzare da valle scendendo per la stradina di servizio che lo separa dalla Sala dei Quey. Visto da valle il rascard si presenta come un tipico rascard ayassino di impianto seicentesco. Presenta un corpo in muratura su due piani: un magazzino, al piano terreno, la majón (cucina) e un lungo balcone che percorre tutta la facciata, al primo piano. Sovrasta questo corpo il rascard, realizzato con tronchi squadrati e non semplicemente scortecciati come negli edifici più antichi. È appoggiato sui caratteristici ‘funghi’, pilastrini coronati da una lastra in pietra di forma circolare. Il rascard si presenta da questo lato con una grande tchambretta, fortemente aggettante, sostenuta da frecce lignee. All’interno si dispongono l’éra (aia) centrale per battere il grano e due coppie di tchambèrai a destra e a sinistra. Una seconda tchambretta si sporge sul vicolo a destra della facciata ed è raggiungibile, fatto pressoché unico in Ayas, tramite una scala in pietra esterna. La scala è accuratamente staccata dall’edificio per impedire l’accesso ai roditori. L’orizzontamento del magazzino è una volta a botte e al centro di esso, di nuovo caso unico in tutta Ayas, si innalza una scala in pietra che porta al primo piano, segno di grande agiatezza. Purtroppo parte della facciata è oggi coperta da una baracca in legno di recente costruzione, adibita a deposito. Di grande interesse è l’incisione sull’architrave in pietra della porta della majón con il simbolo walser, una sorta di numero quattro sopra un cuore all’interno del quale sono incise le lettere PP sormontate da due stelle; a sinistra 15 e destra 71 formano il millesimo 1571, l’anno di posa dell’architrave. Guardando l’edificio da monte, cioè dalla Rue Capitaine Quey, la base in muratura quasi non si nota, mentre sono ben visibili i grandi ‘funghi’ che sorreggono il rascard. Le tavole rozzamente inchiodate ricoprono una parte lignea ammalorata per l’umidità che si era infilata tra il grande camino della majón che sorgeva in questo punto. Nelle pareti lignee del rascard sono presenti tronchi con aperture e incastri inutilizzati, segno che il rascard è stato spostato, probabilmente nel primo Settecento. Sembrerebbe infatti possibile che l’edificio sia stato modificato: la base in muratura potrebbe non essere nata come parte inferiore di un rascard (una struttura agricola), ma come un palazzotto di un agiato mercante, sul tipo di quello della Sala dei Quey, poi modificato a uso agricolo nel passaggio tra Seicento e Settecento, quando il commercio ad Ayas, a causa della piccola glaciazione, era ormai declinante o del tutto tramontato. La sorprendente esistenza di una scala interna tra il piano terreno e il primo troverebbe così una ragione.

La Majonaza
La Majonaza, letteralmente grande cucina, è una tipica dimora a sviluppo verticale del XVI secolo. Questi edifici in pietra, con funzioni unicamente abitative, sono diffusi sporadicamente in tutta la Valle d’Aosta, ma si incontrano con concentrazione maggiore nella zona del castagno, al di sotto dei 1.000 metri di altitudine e nel territorio di Cogne. Ad Ayas il modello si ritrova a partire dal tardo Medioevo. La casa è normalmente, come in questo caso, composta da tre locali sovrapposti: cantina al piano terreno, parzialmente interrata, un locale col focolare al primo piano, una stanza di abitazione al secondo piano. Spesso, come vediamo qui, un granaio in legno, costruito a sbalzo su mensole, è addossato alla facciata. La comunicazione tra i vari livelli avviene dall’esterno, con brevi tratti di scala. Sulla trave di colmo compare il trigramma IHS, fornendo così una data post quem: il tetto fu realizzato dopo il 1536, l’anno in cui il Consiglio dei Tre Stati stabilì che quel simbolo dovesse comparire su tutte le travi di colmo delle case della Valle d’Aosta. Sul fianco sinistro della casa, scendendo lungo la Rue Capitaine Quey, si può osservare un antico vuidiou de l’eau, cioè lo scarico dell’acquaio della majón (cucina). Sulla parete sopra lo scarico dell’acquaio sono presenti tre file di fori quadrati, allineati in tre file orizzontali. Sono la traccia lasciata dal ponteggio impiegato nella costruzione del muro. Non disponendo dei nostri moderni ponteggi metallici, nei secoli passati il ponteggio si realizzava con pali e travature in legno. Quando il muro in costruzione aveva raggiunto un’altezza tale che non si poteva più continuare a innalzarlo lavorando da terra, si realizzava il ponteggio, disponendo una serie di pali parallela al muro e travi orizzontali a legarli tra loro e al muro in costruzione, poggiando la loro estremità su di esso. Su queste travi veniva quindi posto il tavolato del ponte. Lavorando dal piano così realizzato si continuava a costruire il muro; le travi restavano così intrappolate in esso. Quando l’altezza era opportuna, si realizzava con lo stesso metodo un altro piano, e così via. A muro terminato il ponteggio veniva rimosso, ma i fori di innesto delle travi restano visibili.

Casa Dondeynaz
Costruita come casa polifunzionale con due piani in pietra e rascard al livello superiore, fu modificata nei primi anni del Novecento quando il rascard venne rimosso. L’edificio prese così l’aspetto attuale interamente in pietra: cantina e stalla al piano terreno, majón (cucina) e péyo (soggiorno) al primo piano, accessibile tramite una scala in pietra, un bagno con vasca (probabilmente il primo ad Ayas) e una camera per la maestra della scuola, al secondo piano, con accesso sia da monte, sia da una scala interna, il fienile all’ultimo piano, con accesso da monte.

Casa di Martin Quey (poi Casa Vescoz)
L’imponente casa in pietra, con funzioni solo civili, è della fine XVI secolo, come rivela il millesimo 1593 posto su una finestra. La facciata a valle è decorata da un affresco del 1675 di soggetto religioso tra quattro grandi finestre bordate di bianco, le cui dimensioni non sono però quelle originali, come si nota confrontandole con quelle dei due piani sottostanti, perché da esse negli anni trenta del Novecento furono rimosse le cornici in pietra e vendute ai signori Rivetti per adornare il giardino delle due ville ad Antagnod. Una cornice sagomata a carena di nave rovesciata, con incisa la data di costruzione (1593) e una croce latina con le iniziali MQ e due stelle, è stata poi recuperata dagli attuali proprietari e posta sulla facciata a monte. La stessa sigla è incisa anche su alcune porte interne alla casa e su una cassapanca. L’edificio apparteneva al figlio del Capitano Claude Quey, Martin Quey (da cui le iniziali MQ), che nel 1598 fu centenier, pubblico ufficiale con funzioni amministrative, e successivamente, nel 1637, luogotenente della Compagnia di Challant. L’appartenenza a Martin Quey è confermata anche dallo studio dei passaggi di proprietà, registrati nei documenti catastali. Le due finestre della cantina e le due del primo piano hanno ancora il telaio in pietra riquadrata, ma la forma è diversa nei due piani: quelli della cantina sono rettilinei con spigoli smussati su tutti e tre i lati (come quelli presenti nella Sala dei Quey), mentre gli architravi dei telai al primo piano sono sagomati con motivo a carena di nave rovesciata. Maria con San Giovanni Battista e Sant’Anna L’immagine è ormai quasi completamente perduta. La composizione presenta, al centro, la Vergine assisa in posizione elevata. A sinistra, San Giovanni Battista, che tiene in mano un’esile croce e un libro, ai suoi piedi l’Agnello. A destra, Sant’Anna. La cornice dipinta è decorata da motivi floreali e nella parte inferiore contiene un’iscrizione ormai illeggibile di cui si decifra solo: IO.NN colmo I.NI 1675. È probabile che si riferisca all’autore dell’affresco.


Casa dell'orologiaio
Questa casa in pietra del 1672, cui si accede al primo piano tramite una scala esterna in legno, presenta al centro della facciata il quadrante di un grande orologio disegnato, come recita una scritta, da Jean-Baptiste Alliod, orologiaio, nel 1864. Il quadrante è affiancato da due affreschi devozionali. Più in alto, una finestrella in legno si apre su un grande foro della muratura, che fu aperto, per dare luce al sottotetto, sfondando la nicchia in cui, originariamente, era collocata una statua della Madonna, che, negli anni trenta del Novecento fu venduta. La nicchia era inscritta in una cornice dipinta, tutt’ora visibile, accompagnata dall’iscrizione: Je suis la mère du bel amour, de la crainte, de la science et de l’esperance sainte (Io sono la madre del bell’amore bello, della paura, della scienza e della speranza santa). Purtroppo, all’inizio del secolo scorso, molte case furono mutilate dei loro decori dai villeggianti, che comprarono i pezzi migliori per adornare le proprie ville. Le due immagini ai lati del quadrante dell’orologio sono opera firmata del pittore valdostano Franz Curta, molto attivo in Val d’Ayas nella seconda metà dell’Ottocento. Troviamo infatti il suo nome e la data 1864 sull’affresco di sinistra. “L’immagine rappresenta la Vergine Assunta in cielo, portata dagli angeli, secondo la classica iconografia: vestita di rosso con svolazzante manto blu, incrocia le mani sul petto e rivolge lo sguardo al cielo.” L’affresco di destra “rappresenta la Vergine secondo la classica iconografia dell’Immacolata Concezione: la Madonna, di lato, in una visione trionfale scende sulla Terra poggiando i piedi sul crescente lunare e sul globo. Tiene con la sinistra il giglio fiorito simbolo della purezza. Lo stato di conservazione è alquanto deteriorato.” da L.Capra, G.Saglio, Immagini di devozione popolare nel territorio di Ayas. Pitture murali su abitazioni, cappelle e oratori, dal XVI al XX secolo in un Comune della Valle d’Aosta, in “Quaderni di cultura alpina”, Priuli & Verlucca Editori, Ivrea 1993, schede 36,37 È interessante notare che la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione fu proclamato nel 1854 da Pio IX. La raffigurazione è dunque molto aggiornata ed è presente anche sulla adiacente Casa dei Miscioline.


Casa del Capitano Claudio Quey nota anche come Casa Marquis
Appoggiata su un grande masso, in posizione strategica dominante la valle, la grande casa del XVI secolo, oggetto di recenti restauri, è stata edificata in tempi diversi e si fa notare per le sue particolari caratteristiche costruttive. La torretta con finestrini gotici che contiene il viret (scala a chiocciola in pietra) la qualifica a prima vista come la residenza di un ricco possidente in quanto di norma la comunicazione tra i vari livelli avviene dall’esterno. Al secondo piano sono presenti due piccoli locali in legno costruiti a sbalzo, uno su mensole e l’altro con appoggio su colonna, che avevano la funzione di granaio e deposito di riserve. Sulla facciata a valle un grande camino, probabilmente utilizzato in antico per segnalazioni luminose. Su una facciata è una decorazione a graffito con al centro il trigramma IHS contornato da lingue di fuoco, mentre nella muratura sul lato lungo la strada è ricavato un tabernacolo a incasso dipinto con raffigurazioni sacre. L’edificio è indicato dalla tradizione come casa del Capitano Claude Quey. Il marchio QJB sulla porta di accesso al viret potrebbe riferirsi invece a Jean-Baptiste Quey, un discendente del capitano, che in questa casa passò gli ultimi anni della sua vita nel XVIII secolo. Tabernacolo con Crocifissione, Santi e Madonna d’Oropa Il tabernacolo a forma arcuata è ricavato nel lato della casa che si affaccia su Rue Capitaine Quey. “È decorato esternamente da una doppia fascia di cornici: la più interna presenta motivi floreali, quella più esterna festoni circolari simili a quelli che decorano il lato settentrionale della casa. Lo spazio interno è scandito in riquadri, delineati con colore rosso mattone. Sulla parete di fondo vi è rappresentata la Crocifissione, con Maria sulla sinistra e un Santo (San Giovanni Evangelista?) sulla destra. […] Sul lato di sinistra sono raffigurate Sant’Anna e Santa Margherita. La prima, in posizione più esterna, porta un manto bruno ed è in atteggiamento orante; Santa Margherita, collocata nella parte più interna, è ammantata di verde. Nella parte superiore è rappresentato lo Spirito Santo sotto forma della colomba mistica. Sul lato destro è effigiata la Madonna d’Oropa nella classica iconografia: tiene con la sinistra il Bambino coronato, con la destra il pomo crociato e porta un manto chiaro con decorazioni floreali. […] La venerazione di Sant’Anna e di Santa Margherita era molto diffusa in tutta la valle. Le statue delle Sante ornano l’altare maggiore della chiesa di Antagnod, la chiesa di Champoluc è dedicata a Sant’Anna […] A Santa Margherita, vergine di Antiochia, invocata nei parti, il cui culto era olto diffuso in tutta la Valle d’Aosta, è dedicata la cappella del villaggio di Graines, nel comune di Brusson.” da L.Capra, G.Saglio, Immagini di devozione popolare nel territorio di Ayas. Pitture murali su abitazioni, cappelle e oratori, dal XVI al XX secolo in un Comune della Valle d’Aosta, in “Quaderni di cultura alpina”, Priuli & Verlucca Editori, Ivrea 1993, scheda 6


Casa dei Miscioline
È una grande casa a funzioni concentrate: il magazzino al piano terra, i locali di abitazione al primo piano, fienili e granai nei piani superiori. Nel magazzino si preparava l’impasto per il pane che veniva cotto nel forno vicino. Al secondo piano due piccoli locali in legno, costruiti a sbalzo su mensole, avevano la funzione di granai e depositi di riserve. Gli orizzontamenti sono ovunque in legno, tranne che nel grande magazzino al piano terreno, che ha una volta a vela poggiante su una colonna in pietra centrale. Nella parte alta della facciata si aprono due finestre con collarino sagomato e finta cornice. Sulla trave di colmo è incisa la data 1662. Abbandonate le forme di influenza gotica, la dimensione delle finestre nel XVII secolo aumenta e si diffonde a metà del secolo la consuetudine di riquadrare le aperture con un collarino intonacato. Tra le due finestre sta un’immagine, che è stata intenzionalmente ricoperta. Dall’iscrizione in alto, ancora leggibile, MARIA CONCEPTA e dal monogramma M inserito nel cerchio si deduce che l’immagine doveva rappresentare la Vergine Maria, secondo il modello iconografico dell’Immacolata Concezione presente anche nella Casa dell’Orologiaio.

Cappella della Visitazione
La cappella attuale è oggi dedicata a Nostra Signora della Visitazione e dipende dalla Parrocchia di Champoluc, ma originariamente era dedicata a San Pietro e dipendeva dalla Parrocchia di Antagnod. La parte più antica è costituita dal presbiterio e dall’abside, edificati nel Quattrocento, che formavano una piccola cappella, come risulta da un atto di reconnaissance del 15 gennaio 1440 che ci rivela che era dedicata a San Pietro. Alla sua costruzione, contribuirono gli Challant, i feudatari della valle, ricordati dallo stemma sulla chiave di volta del soffitto del presbiterio. La navata fu aggiunta tra il XVII e il XVIII secolo. I due diversi corpi si leggono bene osservando la cappella da monte. All’esterno, in una nicchia sopra la porta laterale verso la strada, è dipinta una Madonna in piedi con Bambino coronato e benedicente. Alla sua destra, sul fianco dell’abside al di là della base del campanile, appena sotto il tetto vi sono due affreschi. Il primo raffigura la Madonna che allatta il Bambino: è una composizione molto antica e unica nel territorio di Ayas per il soggetto rappresentato. Il secondo, più recente, raffigura San Grato, primo vescovo di Aosta, con bastone e abito vescovile. Al campanile è appoggiata una grande croce di Missione, in legno, con gli ‘strumenti della Passione di Cristo’ (detti in latino Arma Christi). Sull’asta verticale, dall’alto, vediamo: la tunica contesa tra i legionari ai piedi della croce, la corona di spine, le mani e i piedi trafitti dai chiodi, i trenta denari d’argento pagati a Giuda per il suo tradimento, la scala usata per la deposizione di Gesù dalla croce. Sul braccio orizzontale da sinistra: la tenaglia usata per schiodarlo, il contenitore dell’aceto usato per dissetare Gesù, la spada con cui Pietro tagliò l’orecchio del servo del Sommo Sacerdote per difendere Gesù dall’arresto nell’orto degli olivi, il gallo che cantò quando San Pietro rinnegò per la terza volta Gesù, il martello usato per infiggere i chiodi e la punta della lancia di Longino che trafisse il costato di Gesù. L’iconografia è tipica della Svizzera tedesca e testimonia i forti legami di Ayas con quelle terre generati dal transito di muli per il Montservin. È significativo che un’analoga rappresentazione sia presente nella Sala dei Quey. La Madonna che allatta “Composizione molto antica, posta sul lato orientale della Cappella di Magnéaz, interessante per la fattura e per il soggetto, unico nell’insieme delle immagini del territorio di Ayas. Vi è rappresentata la Vergine che, seduta su un basamento, allatta il Bambino ignudo. Le fanno da corona, ai lati, nubi concentriche. La figura è inserita in una cornice decorata a motivi floreali. Estremamente interessante è la scansione cromatica dei piani orizzontali e la circolarità dello spazio sovrastante. […] Accanto a questa pittura vi è una rappresentazione di San Grato, inserita in una seconda cornice di epoca antecedente identica a quella che racchiude la Madonna con Bambino; è probabile quindi che accanto alla rappresentazione della Madonna vi fosse un’altra figura, probabilmente coeva a quest’ultima, alla quale è stata successivamente sovrapposta l’attuale rappresentazione di San Grato.” da L.Capra, G.Saglio, Immagini di devozione popolare nel territorio di Ayas. Pitture murali su abitazioni, cappelle e oratori, dal XVI al XX secolo in un Comune della Valle d’Aosta, in “Quaderni di cultura alpina”, Priuli & Verlucca Editori, Ivrea 1993, scheda 17 San Grato San Grato, primo vescovo di Aosta “è rappresentato con tutti gli attributi iconografici classici: porta il bastone e l’abito vescovile, tiene la testa del Battista che, secondo la tradizione trasmessaci dalla Magna Legenda Sancti Grati del canonico Jacques De Cours del XIII secolo, il vescovo avrebbe ritrovato a Sebaste in Oriente, nel pozzo, pure rappresentato. Con la destra San Grato scioglie le nubi minacciose di un cielo in tempesta.” da L.Capra, G.Saglio, Immagini di devozione popolare nel territorio di Ayas. Pitture murali su abitazioni, cappelle e oratori, dal XVI al XX secolo in un Comune della Valle d’Aosta, in “Quaderni di cultura alpina”, Priuli & Verlucca Editori, Ivrea 1993, scheda 18 Alla sua sinistra appare il sereno sul profilo delle Torri di Gerusalemme, o, secondo un’altra possibile interpretazione, sul profilo delle Cime Bianche. Era dunque un augurio e una protezione per i mulattieri che di qui transitavano con le carovane di muli diretti al Montservin (oggi passo di San Teodulo) raggiungibile dal pericoloso Colle delle Cime Bianche. Sotto la cornice si legge “… Grate protector noster”. L’interno La facciata guarda a sud e risulta quindi trasversale rispetto alla Rue della Traversa. Su di essa si apre la porta principale. Entrando si notano l’altare maggiore nel presbiterio, e due altari laterali: quello di destra è dedicato a San Germano, quello di sinistra a San Pietro, a cui la cappella era originariamente dedicata. “In epoche passate si celebrava anche una messa in onore di San Germano, di cui la cappella possiede un’importante reliquia: dopo la celebrazione, si impartiva una benedizione ai bambini, accompagnati dalle loro mamme, che venivano dagli altri villaggi e anche da più lontano, e si presentava ai fedeli la reliquia da baciare. Proprio per la presenza di questa reliquia di San Germano è stata avanzata l’ipotesi che la Cappella di Magnéaz fosse un luogo à repit, ossia dove si portavano i neonati morti per esporli davanti alla statua di certi santi affinché li facessero tornare in vita il tempo necessario per impartire loro il battesimo ed evitare che venissero confinati nel temuto limbo.” da S. Favre, Ayas. Antropologia di un territorio. Luoghi, leggende, storie, fatti, Priuli & Verlucca Editori, 2020, p.80 L’altare maggiore del XVIII secolo, in legno dipinto e parzialmente dorato, è strutturato su quattro colonne tortili intervallate da tre nicchie: al centro la Madonna col Bambino, con ai lati San Paolo e Santa Barbara. Sopra, una nicchia ospita un San Pietro, seduto con tiara e croce, del XVI secolo. La tipologia delle statue di San Pietro e Santa Barbara rinvia, come la croce all’esterno, alla Svizzera tedesca, e appartenevano alla cappella quattrocentesca. L’altare nasconde quasi completamente due affreschi del XVI secolo, raffiguranti la Madonna Nera di Oropa e San Giovanni Battista. Tra i due, sotto una lastra che costituiva la mensa della prima cappella, si intravede una scritta assai deteriorata di cui le sole parole leggibili sono Martinus Quey et Antoni. Martino era figlio di Claude Quey e a Magnéaz aveva la sua casa.


Forno
In questo forno si cuoceva il pane dopo la preparazione dell’impasto nel magazzino al piano terra della vicina Casa dei Miscioline. Poteva contenere fino a 120 kg di pane.

Oratorio di Nôtre-Dame de la Guérison
Oratorio di Nôtre-Dame de la Guérison, affresco di Franz Curta (1864) con Vergine Maria, il Bambin Gesù e Sant’Anna (all’interno), i Santi Lucia e Giovanni Battista (sui pilastri); sulla volta iscrizione Ex vote Marie Anne Burgay 1864
Il Capitano Quey
Figlio di Jean, ricco mercante e sindaco di Aosta nel 1552, Claude Quey, capitano delle milizie del Duca d’Aosta, fu per lunghi anni fedele soldato al servizio dei duchi Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I di Savoia. Quale ricompensa per i suoi servigi e per il suo valore nella prima guerra del Monferrato, nel 1614 ottenne a Torino da Carlo Emanuele I la “patente di nobiltà”, riconoscimento che fu trasmesso ai suoi eredi fino all’estinzione della famiglia. Morì intorno al 1635.
La dendrocronologia
Da alcuni rascard di Ayas sono stati prelevati campioni di legno per effettuare analisi di dendrocronologia, sistema di datazione assoluta basato sullo studio degli anelli di accrescimento annuali degli alberi. Tra questi è stato scelto il grande rascard dei Cazzette a Magnéaz, uno splendido esempio tardo-medioevale il cui legname di fabbricazione è stato datato al 1442-1448.
Sala dei Quey
La Sala dei Quey Cerchiamo di immaginare come doveva essere in origine l’edificio… Le caratteristiche costruttive e decorative ne fanno una dimora di gran pregio. I muri, realizzati con le verdi pietre magnesiache provenienti dalle morene della valle, sono intonacati all’esterno, un segno di agiatezza e una fonte di confort. Sono costituiti da due paramenti paralleli riempiti di pietrisco e terra. La divisione all’interno era semplice: un magazzino al piano terreno, la majón (cucina) e il péyo (soggiorno) al primo, la sala di rappresentanza al secondo piano, cui si accedeva con una scala di pochi gradini in muratura, posta sulla Rue Capitaine Quey, che raggiungeva la porta che oggi appare sospesa. L’avvento dei trattori ha imposto la sua rimozione. Nel sottotetto un solaio. Questo e gli altri piani erano serviti da una scala a chiocciola, posta in un viret, i cui resti sono ancora visibili a fianco del terrazzino a valle, che opera quale contrafforte per reggere la spinta della facciata che, con la perdita della loggia esterna, dovuta al cedimento della sua fondazione, minacciava di rovesciarsi. La casa era certamente di gran lusso per quei tempi. Lo possiamo dedurre dal fatto che la sala e la majon erano riscaldati da due grandi camini di pietra alla francesca, cioè con la cappa fumaria, invece del focolare in mezzo alla stanza, senza uscita per il fumo, come allora si usava nelle case rustiche. Lo testimoniano anche il doppio pavimento del primo piano, coibentato con paglia e sterco per riparare dal freddo i locali di abitazione (si rammenti che sotto questi mancava la stalla…) e il rivestimento ligneo posto, per lo stesso motivo, sotto le lose del tetto. Lo prova infine l’intonacatura dei locali: il rivestimento in legno delle pareti, usato normalmente per ripararsi dal freddo, non era infatti ritenuto ‘elegante’ come gli intonaci adottati nei palazzi della pianura. D’altra parte le normali abitazioni di montagna non avevano certo gli spessi muri di pietra con il sacco che, una volta scaldati, riparavano (e riparano tutt’ora) molto bene dal freddo. Le finestre del primo piano Alcuni particolari della decorazione indicano la presenza di influssi del Rinascimento italiano: ad esempio le cornici in pietra ollare delle finestre del primo piano, decorate da un intaglio lineare, privo cioè della caratteristica sagoma gotica a chiglia di nave rovesciata che tanto a lungo si è conservata nell’architettura di Ayas. Queste cornici richiamano molto da vicino quelle della Casa Saluard a Marseiller (Verrayes, Aosta) e anche molti altri particolari sembrano confermare una stretta derivazione di questa da quella. I pochi dati storici rinvenuti su Jean Quey confermano questa ipotesi. Jean Quey, originario di Ayas, fu ricco mercante e cittadino d’Aosta. Ne divenne sindaco nel 1552, nonostante il fatto che nel 1536 egli (o qualcuno della sua famiglia) avesse appoggiato il fallito tentativo insurrezionale con cui Calvino cercò di trasformare il ducato d’Aosta in un cantone svizzero. Fu lui che dette iniziò alla costruzione del gran ponte Suaz; ebbe grande fortuna negli affari e accumulò grandi beni. Nella III creazione del Conseil de Commis (1555), fu eletto tra i rappresentanti del terzo stato: uno dei quattro che sedevano a fronte di ventun nobili e ecclesiastici: un grande onore, che è segno certo di grande potere. In questa sua rapida ascesa sociale Jean Quey fu probabilmente appoggiato dai Saluard. Furono dunque i suoi rapporti di mercatura con l’Italia e la conoscenza della casa forte dei Saluard a Marseillier, che lo spinsero a costruire nella sua terra d’origine una casa con loggia, come nelle città mercantili italiane, e ad abbandonare la gotica decorazione a goccia delle finestre per una sagoma più lineare, che ricorda quelle dell’Alberti. La presenza del nodo dei Savoia sull’architrave della bifora del péyo al primo piano (visibile da valle) documenta il legame di Jean con l’amministrazione sabauda: operò infatti quale impresario nella costruzione della grande fortezza di Montmélian in Savoia. La Sala Il figlio di Jean, Claude, fu avviato alla carriera delle armi, l’unica via, in un mondo ormai chiuso al commercio come l’Aosta del tardo Cinquecento, per arricchirsi e nobilitarsi. Fu così che Claude partecipò alla guerra di Fiandra e quando, nell’aprile del 1559, il Duca Emanuel Philibert di Savoia vinse a Saint-Quentin, lo troviamo tra i gentiluomini aostani che si distinsero nella battaglia. La sua lunga carriera militare proseguì altrettanto brillantemente e il 19 maggio 1614 il duca Charles Emanuel I lo ricompensò con la patente di nobiltà. Alla morte di Claude, avvenuta pochi anni dopo, la casa passò in eredità al figlio prediletto, Paul-Emmanuel, che aveva seguito le orme del padre ed era divenuto capitano della compagnia di Challant. Questi ebbe due figlie che si maritarono con uomini di Ayas. La casa abbandonò così la famiglia Quey, che andò incontro a un rapido declino. Un cancro nascosto, l’essere parzialmente costruita su più antiche fondamenta, la minava. La facciata verso valle si inclinò pericolosamente; la loggia si fessurò e dovette essere abbattuta o crollò (un graffito suggerisce il 1699 quale anno di questo evento); il pavimento del primo piano dovette essere rimosso e le aperture di quel piano tamponate per prevenire il crollo del resto dell’edificio. Con il passare del tempo la casa venne abbandonata e la sala ridotta a magazzino. I dipinti Elena Rossetti Brezzi, autrice della monografia La pittura in valle d’Aosta: tra la fine del 1300 e il primo quarto del 1500, Le Lettere, Firenze 1989, scrive: “La data 1628 si attaglia perfettamente a tutti i dipinti che decorano la sala e che, anche se eseguiti con tecniche diverse, si possono ritenere frutto di una stessa campagna decorativa e verosimilmente opera della stessa mano (cfr. il particolare dell’armatura con la manopola a lamine articolate e il copribraccio che compare in entrambe le decorazioni senza sensibili varianti). Squisita è la decorazione intorno alle finestre che può essere intesa come una ripresa del gusto introdotto in valle d’Aosta all’inizio del ‘600 da Pietro Leonardo Roncas (segretario di Stato di Carlo Emanuele I, personaggio che visse a lungo a Roma), ma la qualità e gli stessi modelli culturali ai quali si rifece l’anonimo che lavorò ad Aosta furono assai più complessi e raffinati di quelli ripresi nelle casa di Claude, cosa del resto ovvia dato il diverso peso sociale e le frequentazioni dei due committenti. L’interesse verso le grottesche conosce un’ampia, e non ancora pienamente studiata, diffusione in Piemonte a seguito delle decorazioni della Grande Galleria (distrutta) di Palazzo Reale di Torino voluta da Carlo Emanuele I e da Caterina d’Austria. Claude Quey è dunque aggiornato e vuole in casa propria i motivi proposti dalla moda dominante; ne affidò l’esecuzione ad un artista che forse aveva fatto parte del cantiere che lavorò in Palazzo Roncas, ma a cui il committente chiese, e non a caso, di raffigurare tra le armi armai desuete anche un archibugio. È difficile capire perché, nello stesso ambiente, Claude volesse la rappresentazione dell’Uomo di dolori (cosi si definisce l’iconografia di questa scena sacra con il Cristo deposto seduto sul sepolcro circondato dai simboli della passione: la colonna alla quale fu legato e fustigato; la lanterna, la torcia e l’armatura simboli della cattura nell’orto degli ulivi; il gallo che cantò tre volte prima che Pietro lo tradisse; la tenaglia per schiodarlo dalla croce alla quale era stato affisso col il martello; la spugna imbevuta d’aceto sull’estremità della canna con la quale venne irrisoriamente dissetato; la lancia con cui il Longino lo finì per compassione e per questo divenne Santo; l’immagine di Giuda che la tradì; il volto impresso nel panno della Veronica; i dadi con cui i soldati si giocarono la sua tunica; la scala per calarla dalla croce; come vedete c’è tutto). È sicuramente un’immagine di devozione privata e stupisce trovarla in una sala d’abitazione e non in un piccolo ambiente ad uso di cappella. In questa scena l’artista, puntuale nella descrizione dei singoli oggetti, denuncia la sua incapacità di fronte alla loro collocazione nello spazio; fatica a rendere la tridimensionalità e a costruire la prospettiva (si vedano, oltre a quelli del sarcofago, i problemi che gli derivano dalla croce e dalla scala). Per questo appaiano più affascinanti le meno impegnative (su questo piano) decorazioni della parete est, anche se tutto fa pensare che il committente ponesse particolare attenzione proprio a questa scena, come denuncia tutto l’oro impiegato, che sicuramente richiese un maggior impegno finanziario. Circa la formazione culturale di questo anonimo pittore mi è, allo stato attuale delle conoscenze, impossibile dire. Non mi pare che in Valle sopravvivano altri suoi interventi (né ne conosco in Piemonte). Forse è un personaggio venuto d’oltralpe, c’è un certo gusto francese nelle riquadrature delle grottesche, come a Palazzo Roncas, ma più in là non posso proprio andare.” È interessante infine notare che il soggetto ricompare nella Croce lignea all’esterno della Cappella di Magnéaz. La tempera dell’Uomo di dolori è datata 1628, dove il due è rappresentato da una Z e l’uno da una J. Analoga grafia compare sull’architrave della porta della chiesa di Antagnod (J839). L’uso della Z per denotare il due era diffuso nei paesi di lingua tedesca sino a pochi anni fa (Z da zwei). La sua presenza nella tempera potrebbe suggerire una origine vallesana per il suo autore.





