Ayas

Il costume tradizionale

Quando oggi si parla di costume tradizionale si è portati a pensare a un abito con funzione per lo più folkloristica che, non solo gli abitanti della valle ma gli stessi villeggianti indossano in occasione di particolari ricorrenze e feste per mantenere vive le tradizioni di un tempo.
Le sue origini in realtà vanno ricercate nell’abbigliamento popolare tradizionale, considerato da etnografi e antropologi una vera e propria forma di comunicazione basata su un codice di appartenenza a una comunità, indice personale di informazioni economiche e sociali.

Per ricostruire l’abbigliamento popolare, sono preziose le fonti archivistiche, come i contratti di matrimonio e i testamenti. Questi documenti, soprattutto per le epoche più remote di cui difficilmente si conserva materiale, ci fanno conoscere non solo i termini linguistici con cui sono indicati i capi di abbigliamento, ma anche la loro evoluzione, i tipi di tessuto utilizzati e la loro provenienza.
Informazioni interessanti sull’abbigliamento della popolazione della Val d’Ayas derivano anche dai racconti dei viaggiatori inglesi dell’Ottocento, come l’incisore James Godby e il reverendo Samuel William King, che nel 1855 attraversò la valle con la moglie Emma, secondo il quale “… le donne e i loro abiti di buon gusto erano molto lindi ed esse portano un cappello ad ala larga ed indossano camicie accollate da uomo.”
Nel 1911, in occasione dei cinquanta anni dell’Unità d’Italia, fu allestita a Roma una grande mostra etnografica a rappresentare il popolo e le genti italiche, occasione importante per lo studio della storia del costume popolare italiano. A rappresentare la comunità dell’Evançon vennero scelti abiti e accessori della Val d’Ayas (un abito maschile e uno femminile, entrambi da festa, in uso nella prima metà dell’Ottocento) come testimonianza di aree montane remote e più arcaiche, meno aperte verso le novità.
Solo dopo la metà dell’Ottocento, quando l’abito, per secoli elemento di distinzione tra mondo popolare e mondo aristocratico, diviene elemento di prestigio nel mondo borghese, anche il mondo popolare si evolve e assimila i nuovi elementi con ritmi e forme proprie. In Valle d’Aosta si assiste così a un fenomeno di sovrapposizione di fogge: da un lato il mondo popolare variopinto e colorato, dall’altro la nascente borghesia rurale che, cancellato e uniformato il colore ed eliminata la decorazione superflua rende manifesta la propria superiorità di classe attraverso l’accuratezza del taglio e la pulizia del vestito.

Il costume locale della valle è ben descritto da una delle memorie storiche di Ayas, la maestra Rosina Obert (1893-1989), e ha nel drap, un panno grezzo e ruvido, lavorato a telaio, una sua caratteristica.
Così la maestra Obert descrive il costume maschile: “I calzoni hanno una cintura in vita con apertura verticale sul davanti coperta dalla patt, sia l’apertura che la patta sono chiuse dai bottoni argentati di forma emisferica; l’abbottonatura al ginocchio è costituita da due bottoni dorati e da tratti di fettuccia di cotone di colore marrone. Il panciotto, che ha la parte posteriore di lino marrone stretta da una cintura con fibbia, sul davanti presenta lo scollo a V con risvolti, tre finte tasche con aletta e l’abbottonatura a doppio petto. La giacca, caratterizzata dalla foggia a frac con i due davanti che terminano in vita e la schiena che scende in due falde, ha il collo a risvolti, le maniche con alti polsini chiusi dai bottoni dorati, due finte tasche sui fianchi e l’abbottonatura a doppio petto. Il costume è poi dotato di una pettorina uso camicia in tela di lino con il colletto a punte, di un fazzoletto uso cravatta in seta nera, e di due copricapo, un berretto morbido in maglia di cotone nero e un cappello di feltro nero. Il cappello ha tesa larga e la cupola ornata da un alto nastro di velluto nero che si compone lateralmente a fiocco.”
Il tutto completato da calze di lana (gambaletto grigio e soletta bianca) lavorate a maglia con motivi decorativi caratteristici di Ayas, da indossare con i sabot.
Come copricapo si portava anche il cilindro, ma per lavorare si usava un berretto frigio, confezionato in famiglia, eventualmente tinto di granata, turchino o viola. La camicia è bianca, di canapa o canapa e cotone e come cravatta si usa un fazzoletto da collo variamente colorato, a fiori o a quadretti.
Come per il costume maschile, anche quello femminile non manca di varianti, forse dovute a epoche diverse, con dettagli personalizzati, riguardanti soprattutto gli elementi decorativi.
L’abito femminile, secondo la maestra Obert, era di forma piuttosto sgraziata, tozza e di colore sobrio. La gonna per le spose e quella per le solennità era di stoffa fine, nera o turchina, mentre quella di uso più comune era di lana ruvida, filata e tessuta in casa. In fondo alla gonna, nella parte interna, vi era un orlo di circa dieci centimetri di stoffa variamente colorata, per lo più verde o rossa. Il bustino era composto da un’intelaiatura in canapa, con costolature di saggina o di raffia, rivestita di stoffa analoga a quella della gonna. Sopra veniva indossato il bolero, giacchino senza bottoni, della stessa stoffa della gonna. Il grembiule, più pregiato, in cotone percalle a disegni floreali, era sostenuto sul petto da due spilli o da due ganci attaccati agli spallacci del busto e legato in vita da una fettuccina. Il fazzoletto da spalle, di seta, con due angoli incrociati sul petto e fissati alla fettuccina del grembiule, era a frange con colori vivaci per la festa e di percalle blu con decori bianchi o di diversi colori per gli altri giorni. Il cappello, con ampia tesa ornata da nastri di velluto o di lana, era legato sotto il mento con un nastro di seta a colori vivaci. Sotto il cappello veniva portata la cuffia (berretta).
Completavano il costume lunghe calze bianche di lana realizzate lavorate ai ferri e i sabot. Al collo, un nastro nero come cravatta, con un cuore d’argento e un crocifisso.

Il costume tradizionale è indossato oggi dal gruppo folkloristico Li Tsoque d’Ayas (I sabot di Ayas), nato nel 1934.

Bibliografia
AA.VV., Ayas. Storia, usi, costumi e tradizioni della valle, Edizioni Società Guide Champoluc-Ayas, 1968
AA.VV., La terra degli Challant. Genti e Paesi della Comunità Montana dell’Evançon, a cura di S.Favre e D.Vicquéry, Comunità Montana Evançon, Musumeci Editore, Aosta, 1998
S.W.King, Le valli italiane delle Alpi Pennine, Zeisciu, Magenta, 2008
S.Favre, Ayas. Antropologia di un territorio. Luoghi, leggende, storie, fatti, Priuli & Verlucca editori, 2020

Champoluc, cartolina d’epoca (presa dal web)
Antagnod, costumi tradizionali (foto di Gianfranco Bini da AA.VV., Ayas. Storia, usi, costumi e tradizioni della valle, Edizioni Società Guide Champoluc-Ayas, 1968, vol.II)