1.558 metri
Champoluc Tchampoloùec
Les Fusines Li Fejeune – 1.700 m
Blanchard Biantchart – 1.724 m
Rovinal Rovénal – 1.709 m
Praz-Sec Pra-Sec – 1.700 m
Les Péyoz Li Péyo – 1.725 m
Les Droles Li Drole – 1.757 m
Bernosin Bernozìn – 1.750 m
Champoluc (Tchampoloùec in patois) era un tempo un villaggio di modeste dimensioni. Nel 1782 aveva meno abitanti di Cunéaz, situato a 2.049 metri di altitudine, mentre a fine Ottocento nella Guide de la Vallée d’Aoste di Amé Gorret e Claude Bich si legge: “A Champoluc si trova una piccola osteria e una rivendita di tabacco…” e ancora nella Guida illustrata della Valle di Challant o d’Ayas di Amé Gorret e Giovanni Varale “… mancando di alberghi e cantina, il forestiero può trovare ristoro e cortese ospitalità presso il rettore o cappellano locale, don Novallet, persona colta e assai garbata e gentile”.
Il villaggio possedeva un mulino, una forgia, due forni, una latteria turnaria e tre scuole, delle quali una istituita nel 1770 con i fondi della Confraternita della Santissima Trinità e del Santo Rosario divisa in due sezioni, una per i maschi e una per le femmine. Nel 1776 a queste si aggiunse una scuola di latino tenuta dal rettore.
La parte più consistente dell’abitato antico si trovava sulla destra orografica del torrente Evançon dove le fonti storiche danno notizia di una prima cappella risalente al 1659 e dedicata a Sant’Antonio, demolita nel 1715 e sostituita dalla Cappella di Sant’Anna sulla riva opposta del torrente.
Il cosiddetto ‘paese vecchio’, già sicuramente esistente intorno alla metà del XVI secolo quando si diffuse l’uso di incidere le date di costruzione degli edifici su colmi e architravi, si raggiunge oggi con una breve deviazione in salita dalla strada principale: è questo il cuore antico di Champoluc con i suoi rascard in parte restaurati e le imponenti case in pietra, le strette stradine sulle quali si affacciano balconi e tettoie in legno, i pilastrini ‘a fungo’ che sostengono vecchi granai e le immagini di devozione popolare dipinte sulle pareti delle abitazioni.
E proprio nel centro storico risiedevano importanti notai della famiglia Dondeynaz, vissuti nel XVIII secolo, e i tre prevosti, nativi di Champoluc, Joseph Raymond, Jean-Jacques Duc e Jean-Pierre Dondeynaz che, dal 1727 al 1802, ressero le sorti della Chiesa valdostana occupando la prima dignità del Capitolo della Cattedrale.
Catastrofi ed eventi naturali colpirono il villaggio tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. Tra questi l’incendio del 1889, che distrusse parte del paese vecchio costringendo molte famiglie a ricostruire la propria casa, e quello del mese di novembre 1923, avvenuto quando gli uomini erano lontani a fabbricare i sabot, che bruciò la dimora del prevosto Raymond e un grande rascard (nell’area dell’attuale stazione di servizio).
Il 6 gennaio 1920 una terribile valanga travolse invece il quartiere Quaille e il suo grande rascard. La tradizione popolare ricorda, ancora nel Novecento, la divisione del paese vecchio in diversi quartieri: Quaille, Taleuc, L’Andréón, Carre Fréide e, dall’altra parte del ponte, Prabochón.
La nascita nel 1962 della Società Guide Champoluc-Ayas, conseguente alla pratica di un alpinismo e di uno sci sempre più intensi ed esigenti, ha contribuito in breve tempo ad affinare la vocazione turistica del centro stesso che si è via via ingrandito dalla parte opposta del paese vecchio, lungo la sinistra orografica dell’Evançon, con più moderne strutture alberghiere ed edifici residenziali.
Anche la piccola Cappella di Sant’Anna, eretta a Parrocchia nel 1946, si rivelò non più adatta e venne sostituita da una nuova grande chiesa più funzionale e capiente, consacrata nel 1970, che si affaccia sempre sull’attuale piazza centrale.
Mappa di Champoluc
Villa Beati
Villa Beati, costruita nel 1930 su quattro piani, rappresenta un esempio significativo dell’architettura residenziale dell’epoca nell’alta Val d’Ayas. Di proprietà comunale da diversi anni, la villa ha attraversato numerose trasformazioni funzionali, passando da centro culturale a scuola materna e, dal 2023, a asilo nido e spazio gioco per le famiglie del territorio. La struttura, oggetto di accurate opere di ristrutturazione e adeguamento, conserva un valore storico e sociale che si riflette nella sua continua vitalità come polo di aggregazione. Particolarmente suggestiva è la decorazione sul lato nord, dove si staglia la figura imponente dell’Arcangelo Michele in un gesto di trionfo contro il demonio, raffigurato come un drago. Questa iconografia, ricca di simbolismo cristiano, sottolinea il ruolo di San Michele come protettore dal male, un tema ricorrente nell’arte popolare e religiosa di Ayas, presente sia sulle abitazioni private che negli edifici sacri. L’affresco è opera di Giuseppe Amisani, pittore lombardo di fama internazionale, noto per i suoi ritratti e paesaggi, che lo realizzò nell’estate del 1935, probabilmente durante un soggiorno proprio a Villa Beati. Il dipinto arricchisce la villa di un valore artistico notevole, che si integra armoniosamente con la storia e la funzione attuale dell’edificio.

Casa Sem Benelli
Immersa in un contesto di rara quiete, questa villa in pietra si distingue come testimonianza tangibile della vita e dell’opera di Sem Benelli, figura di rilievo della letteratura italiana tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Nato a Filettole di Prato nel 1877, Benelli si affermò come poeta, scrittore e drammaturgo, contribuendo significativamente al teatro italiano con testi intensi e sceneggiature cinematografiche di grande suggestione. La villa riflette il suo gusto raffinato e la sua passione per l’ambiente naturale, situandosi in un’area isolata che favoriva la concentrazione e l’ispirazione creativa. La sua residenza alternava momenti di ritiro in montagna a Champoluc con la vita sul mare, dove a Zoagli, località ligure caratterizzata da scogliere a strapiombo, fece erigere una villa-castello su uno sperone roccioso, un’opera architettonica che unisce la robustezza del fortilizio alla leggerezza del panorama marino. Questo luogo, come la villa che qui osserviamo, diventa così simbolo di un uomo che trovava nell’armonia tra natura e arte la forza per esprimere la propria creatività, lasciando un segno indelebile nella cultura italiana del Novecento.


Casa Garelli
La Casa Garelli rappresenta un affascinante esempio di dialogo tra tradizione e modernità incastonato nel paesaggio alpino di Champoluc. Nel 1962, il geometra Felice Garelli acquistò per 850 mila lire un rascard risalente al 1664, un tipico edificio in legno della Valle d’Aosta, situato nel ‘paese vecchio’ di Taleuc. Con una visione lungimirante, affidò il delicato compito di smontare e rimontare questo manufatto all’architetto Carlo Mollino, figura di spicco dell’architettura italiana del Novecento, noto per i suoi progetti innovativi e per la profonda conoscenza dell’ambiente montano. Mollino, rispettando l’integrità storica del rascard, numerò con meticolosità ogni elemento ligneo per ricomporlo fedelmente sul nuovo sito, sul versante opposto della montagna. Il basamento in muratura fu rifatto da zero, adattato al terreno e impreziosito da pilastrini “a fungo” e da grate a curvatura continua, reinterpretazioni poetiche di motivi tradizionali. La struttura lignea si basa sul sistema Blockbau, in cui le travi intagliate si incastrano agli angoli, assicurando robustezza e armonia formale. A rompere con la tradizione, la scala in cemento armato, posta sul lato sud, conferisce un tocco moderno e funzionale. Infine, sul retro, Mollino progettò una piccola cappella votiva, quasi a suggellare il legame spirituale tra l’abitazione e il bosco circostante, testimonianza di un progetto che coniuga fedeltà storica, innovazione e profondo rispetto per la montagna.

Casa Favre Quaille
Casa Favre Quaille, risalente al 1569 come testimonia una pietra incisa nella muratura, è un prezioso esempio di architettura tradizionale valdostana, caricata di storia e simboli. La sua facciata ospita un affresco del 1570, tra i più antichi conservati in Val d’Ayas, raffigurante Gesù Bambino in una posa di benedizione, con la mano destra alzata e la sinistra che regge un globo sormontato da una croce. Questo dipinto si inscrive in un cerchio di raggi infuocati, chiaro riferimento all’iconografia promossa da San Bernardino da Siena nel primo Quattrocento. Il festone di foglie che circonda il cerchio richiama la celebre lunetta del Mantegna del 1452, un legame artistico che arricchisce il valore culturale della casa. Il portoncino ad arco, con la sua antica serratura e le tre croci infisse, aggiunge un’aura di mistero e sacralità. Le iscrizioni nella parte inferiore dell’affresco, tra cui la scritta “ESPOIER EN DIEU 1570” e le iniziali ID e PD sormontate dal segno “4”, testimoniano una connessione con la tradizione walser, popolo germanico che ha lasciato profonde tracce nella valle del Lys, in Valsesia e nel Vallese. Non mancano altre incisioni e date come “FMA 1878” e “1880”, che segnalano successivi interventi. Casa Favre Quaille non è stata solo dimora, ma anche luogo di lavoro: parte dell’edificio fu adibita a laboratorio per la fabbricazione dei sabot, mentre altri ambienti servivano da magazzino per il pane, conservato sulle rastrelliere, testimoniando così la vita quotidiana delle comunità montane della Valle d’Aosta.

Casa Dondeynaz Tóne
Questa dimora in pietra, emblematica dell’architettura valdostana settecentesca, racconta una storia stratificata, segnata da due fasi costruttive distinte: la parte sinistra, eretta nel 1743 da Martin Dondeynaz, e quella destra, aggiunta nel 1776 dal figlio Don Pierre Dondeynaz, prevosto del Capitolo della Cattedrale di Aosta. Don Pierre, figura di rilievo ecclesiastico e fondatore di una scuola a Champoluc nel 1770, ebbe persino modo di dialogare con Napoleone Bonaparte durante il passaggio dell’armata francese nel 1800. La casa, passata poi a Jean-Baptiste Dondeynaz, detto Tóne, ha dato il nome alla piazzetta che la ospita. Sulla facciata si conservano due affreschi devozionali, seppur parzialmente deteriorati. A destra dell’ingresso si osserva Santa Barbara, ritratta a figura intera con la palma del martirio e il simbolo della torre, leggenda vuole, prigione paterna punita dal fulmine. L’opera, datata 1878, è attribuita con certezza a Franz Curta, illustre pittore valdostano. Al piano superiore, una scena sacra raffigura la Madonna col Bambino in trono tra Sant’Anna e San Martino, santi patroni rispettivamente di Champoluc e Antagnod. Sant’Anna, avvolta in toni ocra e bruno, accoglie i fedeli con lo sguardo, mentre San Martino, con il pastorale e la veste vescovile, li invita alla preghiera. Le iniziali J.M.D. e le date 1836 e 1948, incise nel cartiglio, testimoniano il committente e il successivo restauro dell’affresco. Questa casa è dunque un prezioso scrigno di storia, arte e devozione locale.

Casa Dondeynaz Mehtret
Questa dimora, la Casa Dondeynaz Mehtret, racconta attraverso le sue mura una storia che si dipana dal XVI al XX secolo, testimone di molteplici fasi di costruzione e trasformazione. L’impianto originario risale al Cinquecento, ma la struttura si è arricchita di nuovi piani nel Settecento, come ricorda la data 1738 incisa sulla trave di colmo, accompagnata dalle iniziali JM e JAD, identificative di Jean Martin e Jean Antoine Duc, protagonisti di quel rinnovamento. Ulteriori modifiche sono state apportate nel corso dell’Ottocento, evidenziate dalle incisioni “D.D. 1864” e “DJM 1864” sulla muratura esterna, mentre una croce di missione datata 1870 testimonia l’intensa devozione e le pratiche religiose legate alla casa. Un elemento iconografico di particolare pregio è l’affresco del Buon Pastore che decora la scala d’ingresso: qui il Cristo è raffigurato a mezzo busto secondo una tradizione cristiana che lo mostra vestito di una tunica rossa e ammantato di blu, simboli di regalità e misericordia. Con la mano sinistra stringe un lungo bastone pastorale, mentre sulle spalle porta una pecorella, emblema di cura e protezione spirituale. Lo sfondo paesaggistico, con monte e rovi, accentua il carattere pastorale e simbolico dell’immagine. Le iniziali DD, poste ai lati dell’affresco, rimandano al committente Dauphin Dondeynaz, la cui devozione si manifesta anche in opere simili, come quella sulla facciata della casa parrocchiale di Antagnod. Questa dimora non è solo architettura, ma un libro aperto sulla storia, la fede e la tradizione locale.

Casa del Notaio Dondeynaz detta Casa Dondéna
La Casa del Notaio Dondeynaz, conosciuta anche come Casa Dondéna, si erge con la sua imponente struttura su tre livelli, testimone di una lunga evoluzione architettonica tra il XVI e il XIX secolo. Questa dimora, oltre a essere un esempio di abitazione signorile in pietra e legno tipica della Val d’Ayas, custodisce nel suo involucro preziosi affreschi devozionali che scandiscono le diverse fasi della sua storia. Sulla facciata est, la Madonna Nera si staglia in un abito rosso arabescato e mantello azzurro, ispirata alla Vierge Noire di Chartres e alla Madonna di Loreto, reggendo con mano ferma lo scettro mentre il Bambino, vestito di verde, tiene un uccellino simbolo della Passione. Accanto, il Cristo crocifisso del 1748, sanguinante e coronato di spine, è affiancato dall’Addolorata e da una Santa in abito bruno, mentre un altro affresco del XIX secolo rappresenta la Crocifissione con Maria Maddalena, con un suggestivo scorcio della Gerusalemme antica. Questi dipinti, insieme all’immagine della Maria Refugium Pecatorum, che richiama il dogma dell’Immacolata Concezione del 1854, e alla Madonna d’Oropa, compongono un ciclo iconografico di grande valore artistico e religioso. Il secondo piano della casa, un tempo laboratorio per sabotier, rivela l’integrazione tra vita domestica e attività artigianale. La funzione sociale del notaio, figura di rilievo tra il XVII e XVIII secolo, emerge non solo nell’architettura ma anche nei preziosi prix-faits redatti per regolare le opere edilizie, documenti fondamentali che testimoniano le tecniche costruttive e le consuetudini locali, tramandate con rigore e precisione. La Casa Dondeynaz non è dunque solo un’abitazione, ma un archivio vivente della storia giuridica, artistica e sociale della valle.

Casa delle Guide
La Casa delle Guide di Champoluc, un rascard originario del 1713, rappresenta un simbolo tangibile della tradizione alpinistica della Valle d’Aosta. Nel 1965, questa struttura lignea, smontata e trasportata dal suo sito originario, fu rimontata su un solido basamento in pietra verde nel cuore di Champoluc, dando vita alla prima sede ufficiale delle guide alpine della zona. Questo edificio non è solo un rifugio fisico ma un autentico scrigno di storia: la sua nascita riflette l’evoluzione di una professione che, nata negli ultimi decenni del XIX secolo, ha radici profonde nelle sfide dell’economia montana e nella passione per l’alpinismo. Giuseppe Favre, noto come Morich, fu la prima guida patentata di Ayas, un nome che si affianca a quelli di Fosson, Obert, Frachey e Brunod, pionieri di un mestiere che coniugava coraggio e abilità tecnica. Prima della Grande Guerra, le guide erano ingaggiate da una clientela d’élite, spesso per intere stagioni, contribuendo così all’affermazione del turismo montano e alla nascita degli alberghi locali negli anni Venti. La vera svolta avvenne nel dopoguerra, quando la Società Guide di Champoluc-Ayas, formalizzata nel 1962, riuscì a unire le forze delle guide locali, favorendo la crescita di un turismo più accessibile grazie agli impianti di risalita. Oggi, questa casa è il cuore pulsante di una comunità di guide che, unendo esperienza e innovazione, continua a custodire e promuovere l’anima alpina di Ayas.

Casa Chasseur Pressy
Questa casa in pietra, che oggi ammiriamo completamente restaurata, conserva tracce di una storia che affonda le radici prima del XIX secolo. Nel corso dei due secoli successivi, la struttura ha subito ampliamenti e modifiche, adattandosi alle esigenze del tempo. Interessante è sapere che, negli anni venti del Novecento, il piano terra, situato sotto gli ambienti abitati, ospitava una bottega, nota come ‘beutteca vieilla’, mentre l’ultimo piano era destinato a granaio, testimonianza della funzione mista abitativa e produttiva tipica delle case rurali di questa valle. La facciata sud-ovest si distingue per un affresco devozionale di grande valore iconografico e storico: la Vergine Maria rappresentata nell’Immacolata Concezione, dipinta entro una cornice azzurra. L’immagine ritrae Maria nimbata e avvolta nel manto blu, con le braccia aperte, che scende sulla Terra schiacciando la testa del serpente – simbolo del peccato – e poggiandosi su un crescente lunare. Sullo sfondo si intravede una città immaginaria circondata da montagne aguzze, un dettaglio che arricchisce la scena di un’aura mistica e suggestiva. Sui lati della cornice, sono riportati i nomi TOBIE CHASSEUR e JT. VUILLERMET con la data 1867, probabilmente riferiti al committente e all’autore dell’opera. L’iscrizione esterna “O MARIE CONÇUE SANS PÉCHÉ” rimarca l’invocazione mariana legata al dogma dell’Immacolata Concezione, definito solennemente da Papa Pio IX nel 1854, evento che intensificò la devozione popolare in tutta la valle, già profondamente radicata.

Casa Brunod Rosse
Questa preziosa testimonianza di devozione popolare risale al 1776, quando un committente identificato dalle iniziali M.F. volle affrescare un’immagine sacra dal forte richiamo medievale direttamente sulla facciata di Casa Brunod Rosse. Il Crocifisso centrale è affiancato da due santi la cui identificazione rimane dibattuta: a sinistra potrebbe trovarsi San Mattia Apostolo, riconoscibile dalla scure, simbolo del suo martirio e patrono di carpentieri e macellai, oppure San Giuda Taddeo, detto ‘il magnanimo’, spesso rappresentato con un’alabarda, arma del suo supplizio e invocato nelle situazioni disperate. A destra, il santo in abiti vescovili è probabilmente San Giocondo o San Martino di Tours, figure di grande rilievo nel panorama religioso valdostano. Due angeli in volo, catturando il sangue dalle ferite di Cristo nei calici, aggiungono un tocco di profondità simbolica, mentre nel cielo luminoso appaiono il sole e la luna, elementi cosmici rari nelle raffigurazioni locali della Crocifissione ma emblematici della dimensione universale del sacrificio. L’ispirazione per questa composizione così particolare affonda le radici in modelli iconografici del passato, visibili nel Castello di Fénis (1414), nel Castello di Issogne (fine XV secolo) e nel Messale di Sant’Orso (fine XIV secolo), testimonianze che sottolineano una continuità artistica e spirituale che attraversa i secoli in questa valle.


Casa Brunod Peagna e Favre Zac
Questa dimora, le cui origini risalgono al 1754, porta incisa sul colmo la data accompagnata dalle iniziali LDN, che identificano Louis Dondeynaz, notaio dell’epoca, e il trigramma IHS, simbolo cristiano di grande rilevanza. Tale iscrizione non è solo segno di appartenenza, ma anche testimonianza della spiritualità diffusa nel contesto rurale valdostano del XVIII secolo. La struttura ha subito importanti trasformazioni nel corso del tempo: nel 1860, sulle mensole angolari che sorreggono il balcone, sono incise le iniziali IMV e DIP, probabilmente riferite ai nuovi proprietari o artigiani coinvolti nella ristrutturazione; un’ulteriore modifica è attestata nel 1886, anno inciso sul comignolo, elemento architettonico fondamentale nelle abitazioni di montagna per la sua funzione di riscaldamento e ventilazione. La casa ha mantenuto il legame con la famiglia Dondeynaz fino alla metà del XIX secolo, incarnando così una continuità storica che riflette le dinamiche sociali e patrimoniali della Valle d’Aosta. La combinazione di elementi originari e successivi rende questa abitazione un esempio emblematico dell’evoluzione architettonica locale, dove la pietra e il legno si fondono con una simbologia che racconta storie di vita, fede e appartenenza.

Casa a funzioni concentrate
Questa imponente struttura testimonia un’evoluzione architettonica e storica che si dipana tra il XV e il XVIII secolo, come rivelano le accurate analisi dendrocronologiche eseguite sui legnami originali. Le travi interne in larice, abbattute tra l’autunno del 1492 e l’inverno del 1493, indicano la fase iniziale della costruzione, mentre la trave di colmo, sempre in larice, risale all’autunno-inverno 1577/78, segno di un successivo ampliamento o ristrutturazione. L’impiego di abete rosso per pilastri e travetti, datato tra il 1581 e il 1582, evidenzia un’ulteriore fase di consolidamento strutturale, mentre parti superiori della casa sono state realizzate intorno al 1702/03, confermando l’uso continuativo e l’aggiornamento di questa dimora nel tempo. L’ingresso al primo piano è particolarmente significativo: l’architrave scolpito a forma di carena di nave rovesciata reca gli stemmi di Casa Savoia, simbolo tangibile del legame privilegiato tra il proprietario e l’amministrazione sabauda, riflettendo così non solo la funzione abitativa ma anche il ruolo politico e sociale della residenza. Questa casa a funzioni concentrate rappresenta dunque un perfetto esempio di architettura storica che fonde materiali pregiati e simbologie araldiche, narrando le vicende di un territorio in trasformazione tra Rinascimento e Età moderna.


Cappella e Chiesa di Sant'Anna
La Cappella di Sant’Anna rappresenta un prezioso frammento di storia religiosa e architettonica del villaggio, le cui origini risalgono al 1715, quando fu eretta per sostituire la più antica Cappella di Sant’Antonio. Questa struttura, posta sulla sinistra orografica dell’Evançon, accanto al ponte, fu per secoli il cuore spirituale della comunità locale. Nel 1718, la cappella assunse la funzione di rettoria e, a partire dal 1770, ospitò anche una scuola, sottolineando il suo ruolo sociale oltre che religioso. Il degrado ne causò la chiusura, ma nel 1836, grazie all’impegno del rinomato parroco François Victor Amé Dandrès, fu ricostruita nell’aspetto attuale, guadagnandosi nel 1846 l’indipendenza parrocchiale da Antagnod. Un elemento di particolare rilievo è l’affresco ottocentesco di Franz Curta, collocato sopra il portone, dove Sant’Anna è ritratta nell’atto di insegnare le Sacre Scritture alla giovane Maria, simbolicamente affiancata dal padre San Gioacchino. Il giglio che Maria tiene in mano è emblema di purezza, mentre l’iscrizione sull’architrave recita la data 1840, a testimonianza del periodo di rifacimento. L’altare maggiore, finemente lavorato in legno dipinto e dorato, insieme ai dipinti originari, è stato trasferito nella vicina chiesa moderna, progettata dall’architetto Mario Roggero e consacrata nel 1970 da Monsignor Ovidio Lari. La cappella conserva ancora un patrimonio sonoro notevole, con sei campane di cui la più antica, risalente al 1579, proviene da Antagnod, mentre l’ultima è del 1962, a testimonianza della lunga continuità della tradizione campanaria locale. Oggi, trasformata in cinema, la Cappella di Sant’Anna continua a essere un punto di riferimento culturale nel cuore del villaggio.
