Champoluc
L'organizzazione del villaggio
Date le condizioni climatiche e ambientali, particolarmente ostili soprattutto durante l’inverno, ogni singolo villaggio era un universo autonomo e autosufficiente, dotato di strumenti necessari alla sopravvivenza della comunità.
Date le condizioni climatiche e ambientali, particolarmente ostili soprattutto durante l’inverno, ogni singolo villaggio era un universo autonomo e autosufficiente, dotato di strumenti necessari alla sopravvivenza della comunità. Fino ai primi decenni del Novecento e comunque prima dell’arrivo del turismo di massa la sua economia era basata sui poveri prodotti della terra, sull’allevamento, sull’attività estrattiva (rari metalli, pietra ollare) e sull’artigianato locale (fabbricazione e commercio dei sabot).
I centri abitati, situati di solito dove il pendio è meno ripido e attraversati da stradine fiancheggiate da case e rascard, erano collegati tra loro da un fitto reticolo di sentieri e mulattiere che percorreva tutto il territorio.
Piccole piazze, pubbliche o private, erano luoghi di incontro. Forni, mulini, latterie, scuole erano gli edifici collettivi, al servizio della comunità. L’approvvigionamento d’acqua era assicurato dalle fontane che fungevano anche da abbeveratoio e da lavatoio, alimentate da condutture in canalini di legno.
Spesso il forno era costruito un po’ in disparte rispetto alle case, così come le cappelle e gli oratori, eretti in posizione strategica a invocare la protezione dal potenziale pericolo di frane, valanghe, alluvioni. I mulini erano invece vicino ai corsi d’acqua.
Un tempo gran parte del territorio di Ayas era lavorato e nei campi si coltivavano segale, grano, orzo, patate e ortaggi. Gli uomini, abili muratori, avevano bonificato e consolidato i fianchi pietrosi delle montagne ricavando veri e propri campi da semina, organizzati su vari livelli spesso sorretti da muretti. I terrazzamenti, ben distinguibili ancora oggi, costituiscono un importante patrimonio storico-culturale, testimoni delle difficoltà e delle fatiche che gli abitanti dovevano sobbarcarsi per vivere in alta montagna. Altra attività predominante era l’allevamento del bestiame (ovini e bovini).
L’isolamento della comunità era interrotto solo dalla partenza e dal ritorno degli emigranti stagionali, mentre la vita era scandita dal susseguirsi delle stagioni che guidavano il ritmo delle attività agricole e pastorali, regolate a loro volta dalle fasi lunari. La primavera e l’estate corrispondevano alla ripresa dei lavori nei campi, alla manutenzione dei sentieri e dei manufatti di uso comune. Si provvedeva alle scorte alimentari per l’inverno, sia per gli uomini sia per gli animali, e molte famiglie si trasferivano negli alpeggi lasciando i villaggi quasi deserti. L’autunno e l’inverno facevano invece riunire le comunità, le famiglie passavano le serate nel calore delle stalle e si occupavano di attività fondamentali come la preparazione del pane.
Bibliografia
M.G.Casagrande, Forni da pane. panificazione, memoria e tradizione a Champorcher in Valle d’Aosta, “Quaderni di cultura alpina”, Priuli &Verlucca editori, Aosta, 1997AA.VV., La terra degli Challant. Genti e Paesi della Comunità Montana dell’Evançon, a cura di S.Favre e D.Vicquéry, Comunità Montana Evançon, Musumeci Editore, Aosta, 1998S.Favre, Ayas. Antropologia di un territorio. Luoghi, leggende, storie, fatti, Priuli & Verlucca editori, 2020
