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Pietra ollare

Di grande valore economico per le comunità montane della Valle d’Aosta, la produzione di recipienti in pietra ollare, un vasellame domestico particolarmente adatto alla cottura di polente e zuppe e alla conservazione dei cibi, ha una tradizione plurisecolare dovuta alla presenza di numerose cave di estrazione e di laboratori artigianali attivi dall’età tardoantica (IV secolo) al Medioevo (XIII secolo).

Importante fonte di reddito e testimone di una vitalità e di un fervore produttivo difficilmente riscontrabili in altri ambiti territoriali dell’Italia nord-occidentale, il ‘fenomeno’ pietra ollare in Valle d’Aosta può essere ricondotto a una semplice struttura economico-produttiva ben localizzata, quasi a carattere microregionale, che ha saputo inserirsi in un mercato su lunghe distanze e avere per lungo tempo un ruolo rilevante all’interno dei circuiti commerciali fino a raggiungere il tratto meridionale dei litorali tirrenico e adriatico.

Gli ateliers di produzione finora censiti e testimoniati dalla presenza di avanzi di tornitura si trovano in prossimità dei luoghi di estrazione e sono stati localizzati fino a quote prossime ai 2.500 m di altitudine. Se la ricca documentazione di scarti di lavorazione comprova, anche solo attraverso una dimensione numerica, che alcune località, come Les Fusines a Saint-Jacques-des-Allemands in Val d’Ayas (insieme ad altri siti in Valmeriana o nel Vallone di Saint-Marcel e di Champorcher), hanno costituito poli produttivi di rilevante importanza, la realtà che sta emergendo è quella di una notevole attività di estrazione in tutte le vallate dove compaiono affioramenti di questa particolare conformazione rocciosa. Le continue nuove scoperte dimostrano infatti lo sfruttamento delle cave ovunque se ne presentasse l’occasione.

Se per ora la più antica testimonianza di un laboratorio di tornitura in Valle d’Aosta è riferibile al 1347 nella Valle di Champorcher, la presenza di frammenti torniti in tutti i depositi stratigrafici indagati nella regione dalla tarda romanità in poi dimostra che l’attività, pur con vicende altalenanti, è sempre stata fiorente e che i laboratori hanno sempre continuato a esistere.

Composizione mineralogica

Con il termine di “pietra ollare”, letteralmente ‘pietra da olle’ (pera douça in patois), non si identifica un minerale vero e proprio, ma una categoria merceologica di vasi in pietra di diversa forma e grandezza, le ‘olle’, realizzate al tornio idraulico e utilizzate come pentole e recipienti da dispensa grazie alle proprietà termodinamiche (resistenza al fuoco e conservazione del calore) e organolettiche (non vengono alterati i sapori).

Le pietre ollari della Valle d’Aosta sono costituite da rocce a diversa composizione mineralogica provenienti dalla crosta oceanica e originatesi in ere molto remote (2-3 miliardi di anni fa) in seguito a un processo metamorfico di tipo alpino. Tra queste spiccano le ofioliti appartenenti alla cosiddetta “area piemontese dei calcescisti con pietre verdi”, motivo per cui i giacimenti, l’area di diffusione delle cave e i laboratori si concentrano nel settore centro-orientale della Valle d’Aosta. La categoria ‘pietra ollare’ comprende quindi diversi litotipi (rocce con varie composizioni), tra cui i cloritoscisti e i talcoscisti, maggiormente sfruttati nella produzione dei recipienti.

La definizione del percorso della pietra dalla cava al laboratorio al prodotto finito e impiegato o commercializzato non sempre è facilmente riconoscibile: in genere l’oggetto, che spesso si rinviene frammentario in scavi archeologici o come arredo in case private o ancora come elemento architettonico o pezzo d’antiquariato, non presenta caratteristiche così evidenti da poterlo far risalire a un preciso laboratorio e da questo a una specifica cava. I litotipi sono spesso molto simili tra loro eccezion fatta per la pietra ollare delle cave di Saint-Jacques-des-Allemands in Val d’Ayas, composta da cloritoscisti a grana grossa con frequenti granati.

Particolari proprietà termodinamiche fanno della pietra ollare una roccia dalle molteplici qualità. Tenera e facilmente lavorabile, presenta un’ottima resistenza agli sbalzi di temperatura e, una volta accumulato il calore, tende a cederlo molto lentamente. La bassa porosità limita l’assorbimento di liquidi e fa sì che durante la cottura degli alimenti non ne venga alterato il sapore.

Tali caratteristiche hanno fatto sì che la produzione fosse principalmente rivolta alla realizzazione di recipienti troncoconici e di tegami di diametro e altezza diversi cui si accompagnavano i relativi coperchi.

All’estrazione dei blocchi di pietra nei luoghi di affioramento seguiva il trasporto nei laboratori di tornitura, operazione difficile e faticosa per il peso e la mole del materiale, le distanze e i dislivelli da superare.

Per la lavorazione, compiuta con l’ausilio di scalpelli in metallo, erano utilizzati torni idraulici, caratterizzati da un semplice meccanismo costituito da una ruota collegata a un elemento ligneo orizzontale sul quale era fissato il blocco da tornire.

Nel caso di cave di estrazione ad altitudini elevate (come nella zona delle Cime Bianche, tra la Valtournenche e la Val d’Ayas) la lavorazione della pietra ollare poteva avvenire sul posto durante la stagione degli alpeggi, nei mesi estivi: a dorso di mulo venivano trasportati la strumentazione necessaria e l’impianto per la sistemazione del tornio idraulico.

I blocchi che non si prestavano alla tornitura venivano invece modellati con strumenti da taglio e percussione (martello, scalpello, lima) per produrre, nel corso dei secoli, una infinità di oggetti della vita quotidiana (macine, lavelli, vasi, davanzali, portali, fontane, camini, pigne, stufe, acquasantiere, balaustre, colonne, rocchi torniti, condutture di scarico, pavimenti, rivestimenti).

In età moderna (tra il XVIII e il XIX secolo) è addirittura documentata la realizzazione di tazze per cioccolata e caffè, bicchieri e tabacchiere e solo da pochi decenni la pietra ollare è tornata a varcare i confini regionali sotto forma di souvenirs durante la tradizionale Fiera di Sant’Orso, esposizione di artigianato locale che si tiene ogni anno ad Aosta.

Recipienti e scarti di lavorazione provenienti dalla Val d’ Ayas, da Valtournenche e da Champorcher sono conservati al Museo Archeologico Regionale di Aosta e al Museo dell’Artigianato Valdostano di Fénis.

Caratteristiche e lavorazione

La scoperta di un antico laboratorio artigianale in alta Val d’Ayas

Nel villaggio di Saint-Jacques-des-Allemands, frazione Les Fusines (1.700 m s.l.m.), nel 2020 è stato individuato un vero e proprio laboratorio per la produzione di vasellame in pietra ollare.

Un intervento archeologico d’emergenza per la posa di una condotta idrica ha portato alla luce una sequenza stratigrafica con depositi molto consistenti di scarti di produzione (oltre un migliaio di reperti) riguardanti le varie fasi del processo di tornitura della pietra ollare.

In base ai frammenti recuperati è stato possibile conoscere alcuni aspetti della tecnologia produttiva di questo laboratorio. Gli elementi distintivi e le caratteristiche non solo della materia prima ma anche degli oggetti realizzati, per i quali si poteva partire da un blocco grezzo di addirittura 40 kg di peso, riconducono a differenti litotipi per la pietra ollare tornita a Saint-Jacques. Questa scoperta fa presupporre un approvvigionamento da un ampio areale di estrazione comprendente l’intero Vallone delle Cime Bianche, dove sono frequenti affioramenti di cloritoscisti a grana fine e ateliers che tornivano pietra ollare anche in alta quota (2.400/2.500 m s.l.m.).

Se ancora mancano attribuzioni cronologiche certe per il laboratorio di Saint-Jacques, la ricca documentazione di manufatti realizzati con litotipi molto simili a quelli rinvenuti nelle altre indagini archeologiche in tutto il territorio della Valle d’Aosta sembrerebbe testimoniare una particolare vivacità e intensità produttiva dei centri artigianali tra il IV e il VII/VIII secolo. Il sito, per l’importanza del rinvenimento, si configura, a livello non solo regionale ma anche nazionale e transalpino, come uno dei principali contesti di estrazione e lavorazione di vasi in cloritoscisto.

La grande abbondanza di scarti di tornitura ha favorito inoltre, nel corso dei secoli, il reimpiego in architettura: fenomeno ancora oggi ben visibile a Saint-Jacques-des-Allemands nei muri delle abitazioni, nei comignoli e nei selciati, primo tra tutti il sagrato della Cappella di San Giacomo Apostolo.

I coni e i cilindri in pietra costituiscono il residuo (‘torsolo’) della cavità asportata dell’olla durante l’operazione di tornitura del vaso e rappresentano il ritrovamento archeologico più classico e ‘normale’, quello che definisce la pietra ollare e identifica un antico laboratorio.
Al momento del rinvenimento si presentano generalmente ammucchiati nelle vicinanze delle antiche officine, che a loro volta sorgono non troppo distanti dalle fonti della materia prima.

Les Fusines, scarti di lavorazione della pietra ollare

Per saperne di più scarica il libretto informativo:

Lo scavo è stato finanziato dal Comune di Ayas e la seconda parte dalla Soprintendenza ai Beni Culturali della Regione Valle d’Aosta

Impresa esecutrice: Intercultura di Davide Casagrande Direzione scientifica Gabriele Sartorio Responsabile per la pietra ollare Mauro Cortelazzo.

Bibliografia

  1. Cortelazzo, La pietra ollare della Valle d’Aosta. Cave, laboratori e commercio, in “Bulletin d’Études préhistoriques et archéologiques alpines” publié par la Société Valdôtaine de Préhistoire et d’Archéologie, Numéro spécial consacré aux Actes du XIe Colloque sur les Alpes dans l’Antiquité, Champsec / Val de Bagnes / Valais-Suisse, 15-17 septembre 2006 (par les soins de Damien Daudry), XVIII, Aoste 2007
  2. Castello, Cave e laboratori di pietra ollare della Valle d’Aosta in La pietra ollare nelle alpi. Coltivazione e utilizzo nelle zone di provenienza, Atti dei convegni e guida all’escursione (Carcoforo, 11 agosto; Varallo, 8 ottobre; Ossola, 9 ottobre 2016) a cura di R. Fantoni, R. Cerri e P. de Vingo, Sesto Fiorentino 2018, All’Insegna del Giglio, pp. 105-116
  3. Cortelazzo, G. Sartorio, La pietra ollare nell’economia valdostana tra tarda antichità e alto medioevo. Dai laboratori di produzione di Saint-Jacques des Allemands (Ayas) al consumo dei manufatti nel sito di Messigné (Nus), in ISCUM (a cura di), T. Mannoni. Attualità e sviluppi di metodi e idee, Volume 4.1, Sezione 2. Produzioni, Sesto Fiorentino 2021, All’Insegna del Giglio, pp. 161-168
  4. Cortelazzo, Mercanti e tornitori di pietra ollare nei colli Alpini tra la tarda Antichità e l’alto Medioevo, in “Valli unite da colli” a cura di R. Fantoni, R. Cerri, convegno di Varallo Sesia, 18-19 settembre 2021, in corso di stampa