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1.607 metri

Le Frachey Lo Fratchéi

Les Fusines Li Fejeune – 1.700 m
Blanchard Biantchart – 1.724 m
Rovinal Rovénal – 1.709 m
Praz-Sec Pra-Sec – 1.700 m
Les Péyoz Li Péyo – 1.725 m
Les Droles Li Drole – 1.757 m
Bernosin Bernozìn – 1.750 m

Distribuito lungo il versante sinistro orografico del torrente Evançon, Le Frachey (Lo Fratchéi in patois) è un piccolo villaggio di edifici storici oggi parzialmente ristrutturati che conservano traccia di affreschi devozionali ottocenteschi.

Comprende due nuclei, Lo Fratchéi-Damón e Lo Fratchéi-Dézeut (‘Sopra’ e ‘Sotto’) e fa parte, con Saint-Jacques-des-Allemands e le altre frazioni, della zona detta La Borna o La Bora.

Era dotato di un mulino e di un forno e possedeva una scuola mista che, non disponendo di particolari entrate, costringeva spesso i bambini a frequentare quella della vicina Saint-Jacques.

La Cappella di San Rocco fu voluta nel 1653 per testamento da J.-Claude Frachey (1620-1667), primo missionario valdostano. Dedicata in origine a San Claudio e successivamente a San Rocco, il santo francese protettore dal flagello della peste, che colpì pesantemente anche la Val d’Ayas nel 1630, fu restaurata nel 1837 dagli abitanti del luogo su interessamento del parroco di Ayas François Victor Amé Dandrès (1791-1866).

Nel 1930 Le Frachey fu scelto come luogo ideale per uno dei primi alberghi storici dell’alta Val d’Ayas, il Monte Cervino o ‘Lo Servìn’, come ancora lo chiamano. L’edificio, costruito a quell’epoca interamente in pietra, calce, sabbia e legno, era sede di villeggiatura estiva di alpinisti desiderosi di avventura tra le nevi perenni oltre che di nobili famiglie che vi soggiornavano per mesi interi precedute da file di bauli. Da allora è passato quasi un secolo e l’albergo, più volte ristrutturato, conserva la sua austera sagoma di pietra che lo caratterizza da sempre.

Il villaggio, ancora oggi frequentato punto di partenza e d’arrivo di note escursioni in alta quota, offre, nella sua antica fontana, l’ottima acqua fresca della Valle.

A breve distanza da qui parte la moderna funicolare per l’Alpe Ciarcerio (Alpage de Charcérioz o, in patois, Tcharchério), inaugurata nel 2010 e aperta al turismo estivo e invernale.

Su alcune travi si conservano ancora la data di costruzione e simboli religiosi, come il trigramma IHS (Gesù, Iesus Hominum Salvator). Un affresco devozionale con la raffigurazione della Santissima Trinità (tema diffuso in Ayas per la presenza della omonima Confraternita) era dipinto sulla facciata a valle di un grande edificio del 1732, ora completamente ristrutturato.

Percorrendo la stradina lastricata si raggiunge l’antico forno collettivo, oggi rimesso in funzione e acceso in occasione di eventi particolari.

Mappa di Le Frachey

I sabot e i sabotier

Il sabot, noto come tsôque nel patois di Ayas, rappresenta una calzatura di legno intagliata da un unico blocco, emblema di un’antica arte artigianale che ha segnato profondamente l’identità culturale di questa valle valdostana. La sua origine, collocabile in epoche molto remote, si intreccia con tradizioni europee diffuse dal Giura ai Pirenei, fino al nord della Francia, dove la funzione primaria era proteggere dal freddo, dall’umidità e dal fango. A differenza di scarpe di pelle riservate a rare occasioni, i sabot erano l’uso quotidiano della popolazione locale, inclusi bambini, con modelli più raffinati per le donne, caratterizzati da un tacco più alto. Il mestiere di sabotier, artigiano specializzato nella loro realizzazione, si tramandava di padre in figlio. Dopo la festività di Ognissanti, quando i lavori agricoli si interrompevano, i laboratori si animavano con la lavorazione del legno di cirmolo, principalmente, scelto per la sua resistenza e disponibilità nelle foreste locali. La fabbricazione era un processo complesso e articolato, che prevedeva l’uso di strumenti specifici come la scure pioula, il coltello a due manici e il succhiello travéla, e si svolgeva spesso in coppia per ottimizzare tempi e qualità. Nel XIX secolo, Ayas contava fino a 250 sabotier, che esportavano le calzature anche in Piemonte, specialmente nelle risaie del Vercellese e Novarese, facendo fiorire un’economia artigianale locale di rilievo. Tuttavia, l’avvento di calzature in gomma a metà Novecento ne decretò il declino. Oggi la produzione è ridotta a un lavoro di conservazione, dove la manualità rimane insostituibile, e i sabot rappresentano più un simbolo culturale e un ornamento che un oggetto di necessità quotidiana.