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Sabot e Sabotier
Il sabot
Il sabot (tsôque nel patois di Ayas), robusta calzatura scavata nel legno, è frutto di un’antica industria artigianale tipica di Ayas e ne costituisce una parte della sua originalità.
Non si conosce la vera data di nascita del primo paio di sabot, ma sicuramente si colloca in tempi molto remoti. Dati certi riguardano piuttosto le aree geografiche: queste calzature ricavate da un solo pezzo di legno erano diffuse in vari luoghi d’Europa (in Belgio e in Olanda, nel Giura, lungo i Pirenei e nel nord della Francia). La forma variava, ma la tecnica di fabbricazione era probabilmente la stessa e la loro funzione era quella di essere calzature calde, che proteggessero dal freddo, dall’acqua e che impedissero di affondare nel fango.
In Francia, nel 1772, nell’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des art et des métiers Denis Diderot descrive le fasi di lavorazione dei sabot e gli strumenti utilizzati, praticamente gli stessi degli artigiani di Ayas, i sabotier (tsacolé).
Gli abitanti della Val d’Ayas calzavano quasi esclusivamente i sabot non certo per futili mode, ma per necessità e convenienza. Poche persone possedevano scarpe (soulier), che si utilizzavano solo per le grandi occasioni, soprattutto quando dovevano uscire dal paese per questioni importanti. Le donne più agiate invece calzavano le scarpe quando andavano ai djoéi, cioè quando facevano acquisti per il matrimonio e nel giorno delle nozze. Anche i bambini avevano i loro sabot, legati alle gambe con un cordino per non smarrirli nei boschi e nei campi.
I sabot da donna avevano una linea più fine rispetto a quelli da uomo e con un tacco più alto.
Il sabotier
Secondo la tradizione, la lunga e laboriosa fabbricazione dei sabot iniziava a novembre, dopo la festività di Ognissanti, quando i lavori all’aria aperta erano terminati e la maggior parte degli uomini di Ayas ritornava nei propri laboratori, spesso stalle, per dedicarsi al mestiere del sabotier.
Per rendere il lavoro più rapido e produttivo si usava operare in coppia (travài dévésà), chi alla parte interna chi all’esterna. Si dice che dodici paia rappresentassero una giornata di lavoro di due uomini. Gli artigiani potevano anche andare direttamente dai clienti per prendere le misure, che venivano stabilite in modo approssimativo, affidandosi all’esperienza (grôsse, mèdzane e bachtardine). Il legno più adatto era il cirmolo (pino cembro), di cui le folte foreste rappresentavano una risorsa inesauribile, anche se non mancavano prodotti in legno d’abete e di larice.
Di norma, il mestiere di sabotier passava in eredità di padre in figlio. L’artigiano riceveva le conoscenze tecniche e gli strumenti per la lavorazione all’interno della famiglia, rimanendo un lavoratore indipendente con un proprio atelier e vendendo i suoi manufatti sul mercato locale o ai commercianti.
L’industria dei sabot si sviluppò rapidamente e il suo prodotto si diffuse in Valle d’Aosta anche grazie all’annuale fiera di Sant’Orso fino a raggiungere, già alla fine del XVIII secolo, il Piemonte dove le caratteristiche calzature erano molto indicate per le risaie e le fattorie del Vercellese e del Novarese. L’aumento della domanda fece sì che nel secolo successivo il mestiere di sabotier divenisse predominante sulle altre attività, come quelle dei guantai e dei segantini (segatori di assi), che a poco a poco scomparirono. All’inizio del Novecento si contavano ad Ayas ben 250 sabotier.
La domanda di sabot proveniente dal Piemonte rafforzò ulteriormente gli scambi commerciali tra Ayas e la pianura portando ad aumentare gli occupati e il reddito ad Ayas, ma anche all’impoverimento delle foreste locali e alla carenza di materia prima, fatti che favorirono un considerevole flusso migratorio di intere famiglie in altre aree della Valle d’Aosta e innescarono importanti processi di tipo socio-culturale. Per aumentare la produzione un certo Borbey, nativo di Ayas, pensò addirittura di ricorrere all’ausilio di macchinari, adattando quelli che già si usavano in Francia per la fabbricazione di sabot con la tomaia in cuoio. Tuttavia, la comparsa di stivali e calzature in gomma, intorno alla metà del Novecento, mandò in crisi l’intera filiera.
Oggi le macchine possono sostituire una parte del lavoro dell’uomo, cui rimane comunque il delicato compito delle rifiniture a mano. Perché non vada persa questa antica tradizione, che è anche patrimonio culturale di Ayas, è necessario che venga trasmessa ai giovani, anche se ormai il sabot non è più una necessità, ma una moda, un piacere, un ornamento, un souvenir. Nei villaggi di Ayas si vedono sabot appesi ai balconi e sulle facciate delle case, oppure utilizzati come vasi da fiori!
La fabbricazione dei sabot
Si pone su un cavalletto (cartchôt) il tronco d’albero che viene tagliato in rocchi di lunghezza variabile a seconda della grandezza del sabot che si vuole ottenere. Con una scure (pioula ehquiapéra) e una mazza di legno (mâtsa) si fendono (ehquiapà) poi i rocchi su un ceppo (tseucón), operazione per la quale occorre essere in due. Il rocchio più redditizio è quello che si può fendere in quattro o più parti. I pezzi di legno vengono poi appaiati, sgrossati e squadrati. Sul banco di lavoro (banc di tsôque) si continua a modellare la parte esterna con particolari coltelli e si delinea la forma del sabot (passaggio che in patois si chiama échapolà). Contemporaneamente si sagoma anche l’imboccatura per il piede (gordjà), controllando, riga alla mano, che il bordo superiore sia equidistante dalle due estremità: è la condizione indispensabile perché il sabot calzi bene. Lo scavatore (tchavoù) comincia a lavorare la parte interna, scavando il sabot e svuotandolo con un travéla, un succhiello con punta a vite cui viene impresso un movimento rotatorio. Essendo questo il lavoro di più facile esecuzione, viene in genere affidato agli apprendisti. Per rifinire l’interno si utilizza poi uno scalpello a foglia (lénguetta). Avviene quindi la realizzazione del tacco e della punta, mediante il coltello da banco. Per l’esterno del sabot si usa invece l’inconfondibile coltello a due manici (coutél dè dove man), un attrezzo particolarissimo che richiede anche un’apposita protezione (pétsa), un semplice pezzo di legno legato in vita con una correggia, indispensabile in questa fase in cui l’artigiano trattiene il manufatto con le ginocchia.
L’ultima fase consiste nell’arrotondare l’orlo dell’imboccatura con un coltello a lama fissa (coutel dréit). I sabot sono pronti per essere calzati. Con una matita (créyón di tsôque) si numerano, a seconda della loro misura, vengono legati per paia attraverso un foro e appesi per l’essicamento. Per renderli più robusti e durevoli vengono poi rinforzati con un filo di ferro inserito nel solco intorno all’imboccatura e fissato con due chiodini al centro del tacco.
Bibliografia
L.Capra, S.Favre, G.Saglio, I sabotier d’Ayas. Mestiere tradizionale di una comunità valdostana, “Quaderni di cultura alpina”, Priuli & Verlucca editori, Aosta, 1995