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1.527 metri

Pilaz Pila

Les Fusines Li Fejeune – 1.700 m
Blanchard Biantchart – 1.724 m
Rovinal Rovénal – 1.709 m
Praz-Sec Pra-Sec – 1.700 m
Les Péyoz Li Péyo – 1.725 m
Les Droles Li Drole – 1.757 m
Bernosin Bernozìn – 1.750 m

Questo piccolo insediamento della parte alta della Val d’Ayas sembrerebbe derivare il suo nome dal latino pilare, pestare, a indicare la presenza di macine e frantoi, ma anche dalla pula che si toglieva all’orzo.

Pilaz (Pila in patois) è caratterizzato, nella parte superiore, da pregevoli abitazioni antiche in pietra e legno arroccate intorno alla Cappella di San Michele Arcangelo (1746).

Anche qui, come un po’ dappertutto, le travi maestre sono la carta d’identità che ci rivela la data degli edifici (con testimonianze anteriori al XVII secolo) e i nomi o le iniziali dei proprietari. Girovagando tra i tipici esemplari dell’architettura valdostana (case a funzioni concentrate e rascard) spiccano meridiane e stemmi dipinti, finestre con architrave sagomato a carena di nave rovesciata, imponenti portoni ad arco.

Pilaz aveva una scuola mista, aperta da Auguste Clos (1835-1909), parroco di Ayas, e, come tutti i villaggi autosufficienti, possedeva un mulino, una latteria turnaria e un forno.

Ai piedi dell’abitato, vicino al corso dell’Evançon, si estendeva una vera e propria area industriale all’avanguardia, attiva fino agli anni novanta del Novecento, con mulino-segheria e annessa centrale idroelettrica. Qui, grazie alla forza dell’acqua, veniva prodotta l’elettricità da distribuire ai vicini villaggi, si macinavano i cereali, si procedeva alla follatura dei tessuti in lana per produrre il drap e si segava la legna.

Mappa di Pilaz

Casa a funzioni concentrate

Questa casa a funzioni concentrate rappresenta un esempio emblematico della vita rurale alpina, dove ogni spazio era sapientemente organizzato per garantire la sopravvivenza in un ambiente severo. La struttura a volta in pietra, sorretta da una colonna monolitica centrale, testimonia l’ingegnosità costruttiva locale, capace di coniugare robustezza e funzionalità. Il rascard, poggiato su un solido basamento in muratura, ospitava ambienti dedicati alla battitura dei cereali e alla conservazione delle scorte alimentari, accessibili da un livello superiore raggiungibile direttamente dalla strada. Questa configurazione rispondeva all’esigenza di concentrare sotto un unico tetto tutte le funzioni vitali per le persone e gli animali, in un contesto climatico particolarmente rigido, soprattutto nei lunghi inverni alpini. L’autosufficienza dei villaggi, come questo, derivava da un’economia basata sull’agricoltura di montagna, l’allevamento di ovini e bovini, l’attività estrattiva di minerali e pietra ollare, e l’artigianato tradizionale, come la produzione di sabot. I villaggi erano organizzati in nuclei abitativi distribuiti lungo pendii più dolci, collegati da una rete fitta di sentieri e mulattiere, con piazze, forni, mulini e fontane che fungevano da punti nevralgici di socialità e lavoro comune. La cura dei terrazzamenti, ancora visibili, e la gestione delle risorse, scandite dalle stagioni e dalle fasi lunari, riflettono un equilibrio millenario fra uomo e ambiente montano, che ha plasmato questa regione fino ai primi decenni del Novecento, prima dell’avvento del turismo di massa.

Cappella di San Michele Arcangelo

Questa cappella, le cui origini risalgono al XVII secolo, porta una storia di devozione che si è evoluta nel tempo: inizialmente dedicata a San Pietro, venne intitolata a San Michele Arcangelo nel 1746, in onore del celebre arcangelo guerriero, simbolo di giustizia e protezione contro il male. San Michele, raffigurato qui in veste di soldato celeste con la spada e la bilancia, incarna la figura del vincitore del male e giudice delle anime, ruolo che gli ha conferito la sua venerazione in tutta la cristianità. La facciata della cappella è un vero e proprio trittico teologico: a sinistra, accanto a San Michele, si trova San Pietro, riconoscibile dalle chiavi del regno dei cieli, simbolo della sua autorità apostolica e custode delle porte celesti. Sul lato opposto, la presenza di San Giovanni Evangelista, testimone diretto della vita di Cristo, e della Vergine Maria sotto il titolo di “MERE DE GRACE” – Madre della Grazia – completa il quadro spirituale, evocando protezione, fede e speranza. La festa di San Michele, celebrata il 29 settembre, mantiene viva la tradizione di questa cappella, che si erge come testimonianza di fede e arte sacra, ricordandoci l’importanza delle figure celesti nella storia religiosa e culturale del luogo.